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Il calcio a Messina: un deal di troppo con la granita in mano


A Messina, dove il mare luccica e il calcio arranca, la gloriosa Peloro Football Focaccia Club, squadra di Serie C con più debiti che tifosi, era diventata una sorta di reliquia sgangherata, passata di mano in mano come una vecchia Panda senza revisione. 



La stagione 2024-25 era iniziata male: retrocessione all’orizzonte, stadio mezzo vuoto e un allenatore che passava più tempo a litigare con i piccioni sul tetto della tribuna che a dirigere gli allenamenti.




A Messina, dove il vento dello Stretto spazza via sogni e palloni bucati, la Peloro Football Focaccia  Club di Serie C era un disastro glorioso, un po’ come una granita lasciata al sole: bella da vedere, ma destinata a sciogliersi in un attimo! 




La stagione 2024-25 era un’agonia: la squadra perdeva pure contro le riserve dei dilettanti di Ganzirri, lo stadio sembrava un parcheggio abbandonato e i giocatori si allenavano con le infradito perché le scarpe da calcio erano state pignorate per pagare una bolletta della luce del 2018.



Ciccio, il venditore d'auto con revisione scaduta, decise di vendere il club. I soldi non contavano, i debiti si (pagare non è una cosa molto messinese, è un hobby che vale in altri posti, non in riva allo Stretto).


Così, dopo aver finito la granita al pistacchio, decise di liberarsi del club.

Entrò in scena Samba Diop, un sedicente miliardario senegalese con una fortuna accumulata – così diceva – giocando a Monopoly con i cugini a Dakar (un cugino cieco a Dakar. ).




Samba si era già fatto un nome a Messina era riuscito a prendersi la squadra un concessionario d’auto, tale “AutoSprint di Ciccio Laganà”, con una frase epica: “Uso la macchina poi te la pago, intanto la svuoto della benzina e te la danneggio, te la graffio con un chiodo e ti lascio pure il cane in macchina a fare casino”.





Ciccio, con le lacrime agli occhi e un debito di 300 euro per un filtro dell’olio, gli cedette la Peloro gratis, sperando che il senegalese sparisse. Samba arrivò al campo con una giacca leopardata comprata su Temu, un assegno Monopoly da 500 “soldi finti” e un proclama: “This is my football empire, un mix di premium vibes e cashflow immaginario!”



Ciccio, disperato, gli aveva ceduto il club senza chiedere un centesimo, solo per levarselo dai piedi.



Per fare il presidente, Samba scelse un centralinista di Palermo, Rosario “Rusiddu” Scimone, che passava le giornate a rispondere “Pronto, chi è?” al call center della nettezza urbana.


Rusiddu lavorava al call center della nettezza urbana e rispondeva “Pronto, chi parla?” anche quando squillava il microonde!


Rusiddu, con un auricolare Bluetooth perennemente acceso e una passione per le cravatte a righe, si autoproclamò “CEO of football operations” senza sapere nemmeno cosa fosse un fuorigioco. “Qui ci vuole un rebranding totale,” diceva, “un po’ di blockchain synergy e siamo a posto!” Peccato che il suo unico contributo fosse ordinare 500 magliette tarocche con scritto “Peloro Champions” in Comic Sans.

Qui ci vuole un rebranding disruptive! Blockchain, NFT, synergy col panino ca’ meusa!” Il suo unico atto presidenziale fu ordinare 800 sciarpe tarocche con scritto “Peloro World Domination” e farle consegnare al bar sbagliato, dove i pensionati le usarono per pulire i tavoli...




Tutto cambiò quando arrivò lo “zio d’America”, un messinese emigrato a Brooklyn negli anni ’70, tale Calogero “Charlie” Piraino. Charlie, con i suoi Ray-Ban tarocchi e un accento siculo-yankee, si presentò al bar dello Stretto con una valigetta piena di promesse e un piano: “Io vi salvo il club, ma cash non ne ho. Facciamo un ownership swap con la mia pizzeria fallita a Staten Island!” I dirigenti, abbagliati dal suo “business mindset”, accettarono senza battere ciglio.


Lo “zio d’America”, Calogero “Charlie” Piraino, un messinese che a Brooklyn aveva fatto fortuna vendendo granite al gusto “mortadella e pistacchio” ai turisti confusi. Con i suoi occhiali da sole comprati al mercato di Ballarò e un accento che sembrava un remix di Totò e Tony Soprano, Charlie si presentò al bar con una valigetta vuota e un’idea geniale:Vi salvo il club con un ownership swap epocale! Vi do la mia pizzeria fallita a Staten Island, che tanto là manco sanno cos’è il calcio!



 I dirigenti, con la lucidità di chi ha mangiato troppa focaccia messinese dopo un litro di zibibbo, dissero sì, convinti che “pizzeria” fosse sinonimo di “soldi”. 

Spoiler: non lo era!
 


La Peloro sarebbe dovuta passare a Charlie senza un euro, ma con un bonus di 12 "pepperoni" scaduti e un forno rotto.


Ma con un debito extra di 500 dollari per mozzarella scaduta.

Charlie, però, non aveva tempo per gestire la squadra: tra una chiamata su Zoom con i creditori americani e una granita al pistacchio, decise di prendere il club.

Ma non aveva tempo per gestire la baracca: troppo impegnato a postare foto su Instagram con la caption “Back to my roots, football king!”. 


Nel frattempo, la trattativa per il club si trasformò in un circo.

Due intermediari improvvisati, Totò e Peppe, operatori ecologici della Messina Pulita S.p.A., si offrirono come “deal makers” per passare la patata bollente a qualcun altro. Totò, con il gilet catarifrangente ancora addosso, propose: “Facciamo un transfer agreement con la squadra di calcetto del mio cugino a Santa Teresa di Riva, tutto off-the-books!



Sì, ma ci vuole storytelling impact, un po’ di hype factor, magari un investor che ci porta due cassonetti nuovi e una sponsorizzazione di granite!” Ovviamente, l’unico che si presentò fu un tizio che offrì un bancale di arancini avanzati da un matrimonio fallito.


Peppe, masticando una focaccia messinese grondante di tuma, aggiunse: “Sì, ma ci vuole un po’ di hype, un po’ di storytelling strategy, così magari troviamo un investor con qualche euro vero!

Spoiler: non lo trovarono.


Mentre la Peloro perdeva 4-0 contro il Roccacannuccia Calcio (tuttiautogol), i protagonisti continuavano a chiacchierare al bar. Charlie sorseggiava un espresso parlando di “market leverage”, Samba agitava banconote Monopoly urlando “This is my vision for the future!”, Rusiddu rispondeva a chiamate immaginarie (“Sì, pronto, vendiamo il centravanti per due cassonetti nuovi!”), e Totò e Peppe progettavano un “merger” con la squadra della spazzatura, convinti che “la synergy tra gol e rifiuti è il next big thing”.



Intanto, i tifosi, seduti sugli spalti con brioche in mano, guardavano la squadra affondare verso il fallimento. “Tanto,” diceva un vecchio abbonato, “qui finisce sempre così: ownership cambia, ma i debiti restano.” E tra una granita al limone e una focaccia, il calcio messinese scivolava nel baratro, accompagnato dal rumore di un motore grippato e dalle risate di chi, al bar, continuava a sognare improbabili “deal of the century”.



Al bar, però, la vita andava avanti: Charlie vantava “global leverage” mentre ordinava un altro caffè, Samba sventolava banconote Monopoly gridando “This is my legacy plan, bro!”, Rusiddu rispondeva a chiamate fantasma (“Sì, pronto, vendiamo il portiere per un bidone della differenziata!”), e Totò e Peppe pianificavano un “merger strategico” con la squadra della nettezza urbana, convinti che “i rigori si tirano meglio con la scopa in mano”. I tifosi? Seduti sugli spalti a mangiare brioche con la granita, commentavano: “Tanto finisce sempre a schifìo, ownership o no, qua si fallisce con stile!”



AlanPaul Panassiti

Questa storia è puramente di fantasia ogni riferimento a fatti reali è puramente casuale. In un mondo reale queste cose non potrebbero mai succedere...

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