Carlo Calenda al Festival de Linkiesta: “Chi parla di antifascismo vada in Ucraina. Io non mi siedo con chi non ha alzato le chiappe”
Milano — Bagni Misteriosi, Linkiesta Festival 2025.
Carlo Calenda ha trasformato il palco del festival in un’arena politica e morale. Di fronte a un pubblico attento, il leader di Azione ha lanciato due sfide precise: una politica e una etica.
L'intervento di Calenda è stato sorprendente, in positivo. Un personaggio che riconosce un "problema di intrattabilità" con la sua consueta ironia. Ma, come pochi altri del suo settore (da qualunque parte si vada o si guardi) ha anche argomentato le sue posizioni precedenti e quelle attuali spiegando agli interlocutori e al pubblico le sue scelte.
Senza peli sulla lingua,cercando di trovare un suo spazio in un agone politico ondivago e qualunquista senza "valori". L'assenza di valori è la vera minaccia che minaccia le fondamenta della nostra idea di democrazia e libertà.
Ha anche affermato che prima le democrazie erano il 75% del nostro pianeta, ora sono scese al 25%: le autocrazie minacciano con sempre più forza i nostri valori fondamentali incardinati nell'Europa. (Secondo il database V‑Dem Institute, nel 2023 circa il 72 % della popolazione mondiale viveva sotto regimi autocratici.)
Prima di guardare al Pil, bisogna guardare alla difesa dei valori fondamentali dell'occidente come li conosciamo. Un qualcosa che i nostri figli danno per scontato ma non lo è.
“Chi parla di antifascismo, vada a Kyjiv”
Calenda ha invitato formalmente Elly Schlein e Matteo Renzi ad accompagnarlo in Ucraina il 24 febbraio 2026, per il quarto anniversario dell’invasione russa. Un gesto che, secondo lui, sarebbe il minimo dovere morale per chi si proclama difensore della libertà e della resistenza.
“Non capisco come persone che parlano continuamente di fascismo e antifascismo non si prendano il disturbo di andare a Kyjiv. Il fascismo oggi è quello di Putin. In quattro anni non avete trovato il tempo di prendere un treno per portare solidarietà a un popolo che combatte per la libertà.”
Calenda ha aggiunto che non parteciperà a nessun tavolo di alleanze con leader che non abbiano mai messo piede in Ucraina.
“Io mi siedo e parlo solo con chi ha alzato le chiappe ed è andato lì. Gli altri non sono credibili.”
L’iniziativa di marzo e l’“alternativa al bipopulismo”
La seconda sfida annunciata dal palco riguarda una grande iniziativa politica a marzo 2026, aperta a tutte le forze “che combattono il bipopulismo”, con l’obiettivo di costruire “una vera alternativa ai due poli di destra e sinistra”.
“Se Paolo Gentiloni o Pina Picierno vorranno esserci, sarò felice. E se vorranno fare i leader, io farò un passo indietro”, ha dichiarato, aggiungendo però di non aspettarsi grande entusiasmo dai riformisti.
Secondo Calenda, infatti, “Casa Riformista” — il progetto politico evocato da Renzi nella prima giornata del festival — è un’operazione di vertice, fondata su equilibri di potere più che su una visione condivisa.
“Se la chiami così e poi appoggi candidati che col riformismo non hanno nulla a che fare, quella casa non esiste. È una parola messa lì per tenere insieme cose che non stanno insieme.”
Il tatuaggio dell’Ucraina e la “libertà collettiva”
Calenda ha mostrato anche un tatuaggio sul polso sinistro, il Tryzub, il tridente dello stemma nazionale ucraino:
“Mi piacciono i tatuaggi, ne ho pochi e tutti legati alle cose del mio cuore. E l’Ucraina è una cosa del mio cuore. Sono stato là, ho visto ragazzi che prendono un fucile per difendere la loro libertà. Con questo tatuaggio voglio ribadire che sono con loro fino alla fine.”
Il leader di Azione ha spiegato di voler portare i figli in Ucraina a febbraio:
“Voglio che sappiano che vicino a noi vivono persone che conoscono davvero la libertà. Noi ne abusiamo. Abbiamo perso il senso di cosa sia la libertà collettiva, premessa di quella individuale. Oggi solo il 24% della popolazione mondiale vive in una democrazia. È una libertà minoritaria, ereditata senza combattere. E per capirla bisogna andare lì.”
Contro la sinistra “moraleggiante” e la propaganda filorussa
Calenda ha riservato critiche dure alla sinistra italiana, definendola “moraleggiante, incapace di affrontare la complessità” e priva di una linea netta.
Ha poi attaccato apertamente l’ambiguità culturale del dibattito italiano sull’Ucraina:
“In televisione vedo dibattiti sconci. Si parla degli ucraini come burattini della NATO. Gente come Travaglio, Caracciolo, Sachs non capisce che gli ucraini non vogliono stare sotto i russi. Hanno conosciuto l’Holodomor, la russificazione. E chi li dileggia non è degno di allacciargli le scarpe.”
Calenda ha individuato nella cultura post-sovietica italiana — eredità del Pci e della Guerra Fredda — una delle cause della perenne indulgenza verso Mosca:
“Nel nostro Paese resta radicata l’idea che la Russia non sia una potenza imperiale. Ma è la stessa logica che vorrebbe gli ucraini sotto la sfera d’influenza di un tempo.”
“La Russia si contiene solo se si è forti”
Pur riconoscendo che l’Europa dovrà convivere con la Russia, Calenda sostiene che solo la forza può contenerne l’aggressione:
“I cieli europei vanno sigillati. Servono armamenti moderni, servono droni. In Ucraina ci sono 200 aziende che li producono e nessuno è andato a parlarci.”
Per lui, la resistenza ucraina è uno specchio che riflette la vigliaccheria dell’Occidente:
“Ci fa rabbia perché ci mette di fronte a qualcosa che rifiutiamo: l’idea che esista un’etica più grande di noi. Viviamo per essere intrattenuti e consumare. Loro combattono per esistere.”
“I riformisti si muovano, o il Paese resterà fermo”
Calenda ha concluso con un appello ai riformisti italiani:
“Chi si riconosce in questo progetto deve entrare ora in Azione. Non ha senso continuare a discutere di alleanze e geometrie. Se restate sulle gradinate a commentare, non succede nulla. La politica cambia solo quando ci mettete la faccia e il tempo.”
Il suo obiettivo resta la costruzione di un’area liberale, repubblicana e popolare, capace di incidere realmente sul governo:
“Se vi sembra impossibile, pensate a quanto sembrava impossibile che l’Ucraina resistesse quattro anni contro la Russia. Zelensky avrebbe potuto fuggire, invece ha resistito. Noi invece abbiamo paura di fare lo stesso. E il nostro ‘voto utile’ da trent’anni non è mai stato utile a nulla.”
Analisi
L’intervento di Calenda al Festival de Linkiesta è stato più di un comizio: una proclamazione morale.
La fedeltà all’Ucraina diventa criterio identitario, il metro con cui distinguere chi è degno di alleanze da chi non lo è.
Un gesto politico dal forte impatto simbolico — il tatuaggio, il viaggio, la sfida pubblica — che segna il confine tra pragmatismo riformista e moralismo immobile.
Ma anche un rischio: trasformare la coerenza in gesto estetico, la geopolitica in religione civile.
In ogni caso, il messaggio è chiaro: per Carlo Calenda, la libertà va difesa non nei talk show, ma sul treno per Kyjiv.
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