"Lontano dagli occhi, lontano dal cuore".
Da anni sono lontano, per motivi di lavoro, dalla mia città (Messina). Non ci torno da qualche anno perché ovviamente la mia vita è altrove, ma ovviamente mi mancano tante cose del posto in cui sono cresciuto.
Una delle cose che faccio ogni fine settimana è sapere cosa ha fatto il Messina, la squadra di calcio della città, che seguivo con mio padre al "Celeste", sin da quando ero piccolo.
Mio padre, ai tempi di Scoglio e Massimino, era più che un tifoso, dava una mano alla società (Schillaci, lo stesso professore e tanti altri erano spesso da noi o a mangiare o in negozio in piazza Antonello).
Quando Massimino rilevò la società fummo i primi a saperlo. Sapevamo che Scoglio voleva Catalano e Romolo Rossi per affiancarli a un gruppo di veri uomini. Sembravano dei pazzi, ma alla fine ci portarono agli anni d'oro della gioventù e dei sogni, quelli veri. Era una epoca d'oro e non lo sapevamo.
Ero stato con mio papà anche nel ritiro storico di Città della Pieve nel primo anno di serie B dopo la strepitosa promozione dell'anno prima.
Lui non c'è più da tanto tempo, e mi manca.
Come mi mancavano quegli incontri al Giovanni Celeste, le prese in giro, l'ironia e la semplicità di quei tempi. Lo Stadio di via Oreto era un punto d'incontro per tutti: era sempre pieno all'inverosimile, all'interno di quell'arena eravamo invincibili. Una magia...
Quel tempo è passato, sono arrivati gli anni bui, una nuova rinascita e una incredibile serie A vanificata per scelte scellerate dei padroni della città che hanno preferito farci fallire dopo averci fatto toccare il cielo con un dito.
In quegli anni il Celeste aveva vissuto l'ultima promozione in serie A, in quel Messina Como arbitrato da Collina con Moggi a tirare le fila in tribuna.
Fu l'ultimo atto di uno stadio vecchio, ma glorioso.
Poi arrivò il Sanfilippo, uno stadio troppo grande per categorie sotto la serie A e per giocatori del livello che abbiamo visto negli ultimi anni.
Sembrava un processo irreversibile, fino a ieri. Messina-Mazzarrone 1-0: una partita "impossibile" fino a tempo fa. Erano quei nomi di amichevoli che il mercoledì faceva negli anni 80 creando tessuto in provincia che finivano 10 a zero. Si giocava con i morti e i paesini come oggi, ma si viveva a un piano superiore che il blasone della maglia meritava. La provincia o cittadine simili erano un bacino dove pescare qualche giovane.
Ma è un calcio che non c'è più.
Ieri è stata una grande festa ed emozione vedere il Messina al Giovanni Celeste anche se è triste vedere spazi così vuoti perché, incredibile, non si riesce ad avere una agibilità e uno stadio dignitoso nonostante i soldi del PNNR. Il calore confinato a una tribuna, con una parte della tifoseria non presente perché litigiosa che non ama condividere spazi con gli stessi "malati" della nostra maglia, ha trascinato una squadra ferita alla vittoria.
E ci fermiamo qui. Perché doveva essere una festa e invece è l'ennesimo momento, forse il più buio della nostra storia: è incredibile, ma è così.
La squadra di Alfio Torrisi ha conquistato venti punti in otto giornate, un rendimento da vertice della classifica. La penalizzazione li ha azzerati.
È questo il paradosso: i calciatori hanno fatto il loro dovere. Il problema del Messina, oggi, non è ciò che succede sul prato verde. È ciò che è successo negli uffici.
Il Celeste ha risposto. Adesso tocca alla società.
Il ritorno al Celeste dopo quindici anni è stato emozionante. Il pubblico ha sostenuto la squadra e applaudito anche l'ex allenatore Ezio Raciti, oggi sulla panchina avversaria. Sul campo il Messina ha creato occasioni, colpito una traversa con Kragl e sfruttato la superiorità numerica dopo l'espulsione di Randis nel primo tempo.
Ma c'è qualcosa che vale più del risultato.
Davis ha ringraziato i giocatori sui social: «Grazie per questa vittoria. Siamo sempre con voi».
Un bel messaggio. Ma ora servono anche risposte.
Perché nei verbali federali che abbiamo esaminato c'è un ex presidente, Stefano Alaimo, che riconosce le firme sui contratti ma dichiara di non essere stato presente alla loro sottoscrizione. E c'è una nuova proprietà che si ritrova a pagare sportivamente le conseguenze di atti precedenti all'acquisizione.
Chi doveva verificare quei contratti? Chi ha valutato i rischi dell'operazione? Che cosa sapeva Davis?
Sono domande che non spariscono con un gol di Sarao, né con una manifestazione di solidarietà.
Il Messina dei calciatori merita applausi. Il Messina degli uffici deve ancora fornire spiegazioni convincenti.
E c'è un ultimo aspetto: se il ricorso non dovesse modificare la penalizzazione, la squadra dovrà continuare a vincere per recuperare terreno in classifica. È una prospettiva durissima, anche con un rendimento straordinario.
Il Messina non deve essere abbandonato. Ma sostenere il Messina non significa rinunciare a chiedere conto delle responsabilità.
Perché una città che ha già sopportato fallimenti, ripartenze e promesse tradite merita qualcosa di più di un'altra stagione trasformata in un'impresa disperata.
Il Celeste ha parlato chiarissimo, con il tifo e con il risultato.
Adesso la parola spetta a chi deve chiarire come si è arrivati fin qui.
Perchè 20 punti? E quali prospettive?
E andiamo all'approfondimento.
Partiamo da un dato inquietante.
C'è un aspetto che rende questa vicenda particolarmente singolare.
Il Messina ha accumulato penalizzazioni mentre cambiavano campionato, struttura societaria e proprietà. Le conseguenze di irregolarità pregresse hanno continuato a pesare anche dopo l'acquisizione del titolo sportivo da parte della nuova ACR Messina 1900.
Questa è una differenza fondamentale rispetto al semplice caso di una società che, anno dopo anno, non paga stipendi e contributi.
E dopo la vittoria contro il Mazzarrone, con 20 punti conquistati sul campo nelle prime otto giornate del 2026/27, il paradosso è evidente: la squadra ha prodotto esattamente tanti punti quanti gliene sono stati sottratti dall'ultima sentenza.
Ma perché accaduto? E' stato un fulmine a ciel sereno?
La risposta purtroppo è no. Ed è stata incredibile la superficialità con cui la nuova società di Justin Davies si è mossa e, mentre da mesi tutti in federazione sapevano che prima o poi ci sarebbe stata una dura punizione, la batosta è arrivata, e poteva essere peggiore: 34 punti.
La nuova proprietà ha acquistato il ramo sportivo della precedente società attraverso una procedura giudiziaria.
Un passaggio formalmente riconosciuto dalla FIGC.
Justin Davis e Morris Pagniello non possono essere considerati automaticamente responsabili delle condotte personali contestate ai dirigenti della precedente gestione.
Ma questo non esaurisce il problema.
Perché il titolo sportivo può portare con sé conseguenze disciplinari che non scompaiono semplicemente cambiando ragione sociale.
E allora nasce una domanda che rivolgerei direttamente a Davis.
Presidente, prima di acquistare il Messina, qualcuno le ha spiegato esattamente quali rischi sportivi e giudiziari stava assumendo?
Chi ha esaminato la documentazione?
Chi ha verificato l'esistenza di procedimenti disciplinari, contestazioni sui contratti, possibili conseguenze sui risultati?
E quando sono emerse le contestazioni, quali accertamenti sono stati commissionati?
Non sappiamo se qualcuno abbia fornito informazioni incomplete alla nuova proprietà. Non abbiamo elementi per affermarlo.
Ma se guardiamo all'organigramma vediamo chiaramente chi possa o possano essere i responsabili reali di quei contratti perché fisicamente c'era (o c'erano) e ci sono ancora.
Questa estate è stato fatto un repulisti silenzioso di figure metastatiche nella società, ma non devi veri i...rresponsabili.
Ma abbiamo tutto il diritto di chiedere se le verifiche preliminari siano state sufficienti.
Perché la buona fede di un investitore è una cosa. La corretta valutazione dei rischi di un investimento è un'altra.
Non basta gridare all'ingiustizia
La società ha annunciato ricorso, contestato il provvedimento e prospettato richieste di risarcimento.
È suo diritto difendersi, anche con determinazione.
Una sentenza di primo grado può essere impugnata. Le motivazioni possono essere contestate. Le sanzioni possono essere confermate, ridotte o annullate secondo le regole della giustizia sportiva.
Ma non possiamo trasformare ogni penalizzazione in un complotto contro Messina.
Prima vengono i fatti. Poi le responsabilità. Infine le eventuali ingiustizie da dimostrare.
Difendere il Messina non significa sostenere acriticamente ogni proprietà.
Non significa assolvere chiunque indossi una cravatta giallorossa.
Non significa neppure considerare nemico della città chi domanda spiegazioni.
Al contrario, un tifoso che pretende trasparenza sta difendendo il futuro della propria squadra.
Una città non può vivere eternamente di ripartenze
A Messina si parla continuamente di rinascita.
Nuovi proprietari. Nuovi programmi. Nuovi dirigenti. Nuove promesse.
E poi arrivano i vecchi problemi.
Cambiano gli uomini, ma la squadra continua a trascinarsi dietro le conseguenze delle precedenti gestioni.
È questa la parte più amara della vicenda.
I tifosi non chiedono miracoli. Chiedono una società nella quale la normalità non sia considerata un risultato straordinario.
Una società capace di presentare i documenti nei termini, pagare gli impegni, controllare i contratti, rispettare le regole e programmare una stagione senza vivere nell'incubo del prossimo deferimento.
Dovrebbe essere il minimo sindacale.
A Messina è diventato un sogno.
Il campionato delle responsabilità
Oggi il Messina ha una squadra che lotta, un allenatore che lavora e una tifoseria che continua a sostenere quei colori anche nelle categorie più lontane dalla storia calcistica cittadina.
Quello che manca è una spiegazione completa e convincente di come si sia potuti arrivare a questa successione di disastri sportivi e amministrativi.
Non servono altri proclami.
Servono documenti, chiarezza e responsabilità.
Non necessariamente responsabilità penali. Non necessariamente colpe dell'attuale proprietà. Ma responsabilità gestionali, contrattuali, federali, ciascuna da individuare nel suo ambito e sulla base dei fatti.
Perché il calcio non può ridursi a una corsa continua per recuperare i punti perduti fuori dal campo.
E una società non può pretendere fiducia illimitata senza offrire trasparenza.
Il Messina ha già dimostrato di saper vincere le partite.
Adesso qualcuno deve dimostrare di saper gestire una società di calcio.
Altrimenti continueremo a vivere la stessa assurda stagione, all'infinito: i giocatori costruiscono, i tribunali sottraggono, i tifosi pagano.
E ogni anno ricominceremo da zero.
Qualche volta, persino da meno tre.
CHE COSA ABBIAMO SCOPERTO?
Il famoso esposto con il plico inesistente di Sancataldese e Reggina è giunto all'epoca fuori tempo massimo e si è riusciti a limitare il danno grazie alla "improcedibilità" della loro azione giudiziaria.
Ma quell'esposto era nato per una situazione che nell'ambiente si conosceva da mesi, e di cui nessuno voleva parlare per non farsi scoprire e per non arrecare danni alla società, sperando in una composizione della faccenda.
Quelle firme di un dirigente inibito (e praticamente scomparso da Luglio 25, forse rifugiatosi in tabaccheria) figlio della gestione scellerata di Sciotto (e uso un termine edulcorato per non parlare di una sorta di fallimento pilotato legato al delinquente Cissè, truffatore romantico che ha preso per il culo una città intera) erano ben note a qualcuno ben prima del passaggio di proprietà.
Alaimo ammette di aver iscritto il Messina mentre era inibito
Nell'interrogatorio del 29 aprile 2026, a pagina 2, Stefano Alaimo dichiara di aver cessato le funzioni di presidente nel giugno 2025. Tuttavia, conferma di avere personalmente effettuato l'iscrizione alla Serie D tra il 4 e il 19 luglio 2025 e di aver sottoscritto i relativi atti.
A pagina 5 conferma nuovamente questo fatto, dopo una domanda esplicita sull'inibizione di dieci mesi inflittagli il 4 giugno 2025.
Su questo punto la sua ammissione è particolarmente significativa.
Il mistero delle firme sui contratti
A pagina 3 gli vengono mostrati 23 contratti di tesseramento.
Alaimo riconosce la propria firma su 22 contratti e le proprie iniziali sul ventitreesimo. Aggiunge però che aveva autorizzato il segretario Alessandro Failla a utilizzare la sua firma.
Subito dopo precisa che Failla aveva lasciato la società alla fine di giugno e, pertanto, secondo la sua ricostruzione, non poteva aver firmato quei successivi tesseramenti.
A pagina 4 Alaimo dichiara inoltre di non essere stato fisicamente presente alla sottoscrizione dei contratti, di non conoscere i calciatori e di non sapere chi fosse autorizzato a firmare al suo posto.
Riconoscere una firma come propria non equivale necessariamente ad ammettere di averla apposta materialmente. Ma non prova neppure che sia stata falsificata.
Queste dichiarazioni rendono indispensabile accertare chi abbia concretamente predisposto, sottoscritto e trasmesso i contratti
3. La dichiarazione della liquidatrice Di Rienzo
Il secondo verbale, datato 4 maggio 2026, aggiunge un elemento decisivo.
Al procuratore federale Giovanni Pedullà viene audita la liquidatrice Di Rienzo.
L'avvocata Maria Di Rienzo spiega che, quando era commissario giudiziale, non possedeva poteri di rappresentanza della società. Precisa inoltre che i contratti le furono resi disponibili attraverso il portale LND e che Alaimo non glieli aveva consegnati.
Alle pagine 4 e 5 afferma che, dopo il 15 settembre 2025, Alaimo non era più presidente sul piano operativo, pur continuando a comparire come tale nel portale federale fino al 20 ottobre.
Riferisce anche che il proprio potere di firma iniziò nel novembre 2025.
Questa ricostruzione introduce una distinzione tra cariche indicate nei sistemi federali, poteri formali e gestione effettiva, che merita un approfondimento documentale.
Vi ricordo che per avere questi atti, una copia, basta fare una richiesta di accesso con una Pec. Non è difficile e tutti possono farlo.
4. Che cosa cambia per i 20 punti?
Il dispositivo del 30 ottobre 2026 conferma la penalizzazione di 20 punti e l'ammenda di 1.800 euro, ma non contiene ancora le motivazioni che consentano di verificare come il Tribunale abbia valutato queste testimonianze.
Pertanto, i due verbali possono essere importanti per contestare la ricostruzione dei fatti, la validità degli atti e le responsabilità personali. Non bastano, da soli, a escludere che una penalizzazione sportiva possa ricadere sulla nuova ACR Messina 1900.
5. Le domande che emergono
Sono quattro gli accertamenti che ritengo centrali:
Chi ha materialmente firmato i 23 contratti e chi li ha trasmessi alla LND?
Quali deleghe esistevano nel luglio 2025, dopo l'inibizione di Alaimo?
Quali controlli sono stati effettuati dalla Lega prima della registrazione degli atti?
Su quale specifica motivazione il TFN ha applicato alla nuova società anche l'ammenda di 1.800 euro, nonostante il precedente del luglio 2026?
La teoria del dirigente che avrebbe firmato per Alaimo è un'ipotesi da verificare, non una conclusione dimostrata dai verbali. Ma è ovviamente la più probabile, vista la confusione dell'epoca e per il fatto che Alaimo era stato tenuto alla larga dopo l'iscrizione da parte dei gestori temporanei del club dopo la richiesta di fallimento.
La conclusione è che questi atti non risolvono il caso, ma individuano con precisione dove cercare le risposte: nelle firme, nelle deleghe, nei registri federali e soprattutto nelle motivazioni della nuova sentenza.
La domanda che emerge da tutta la documentazione è questa:
Come si concilia la necessità di sanzionare irregolarità commesse dalla vecchia società con la tutela di chi ha successivamente acquisito il titolo sportivo attraverso una procedura giudiziaria autorizzata dalla Federazione?
Non basta rispondere che il Messina è una società nuova. Ma non basta neppure invocare genericamente la continuità sportiva per spiegare ogni singola sanzione.
Occorre distinguere le responsabilità personali, la validità degli atti, gli effetti sui risultati e le conseguenze del trasferimento del titolo.
E soprattutto occorre verificare come i giudici abbiano valutato le dichiarazioni di Alaimo e Di Rienzo.
Perché la penalizzazione è una certezza. Le ragioni giuridiche che giustificano proprio venti punti, invece, devono ancora essere esaminate nel dettaglio.
la domanda più scomoda non è se Davis sia ingenuo, ma chi lo abbia informato, che cosa gli abbia detto e quali verifiche siano state fatte prima di impegnare i suoi soldi nel Messina.
Ci sono alcuni fatti che rendono la situazione particolarmente difficile da comprendere.
Primo: nell'interrogatorio del 29 aprile 2026, Alaimo riconosce la propria firma su 22 contratti e la sigla sul ventitreesimo. Sostiene però di non essere stato presente alla sottoscrizione e di non sapere chi li abbia firmati materialmente. Quindi il problema delle firme non è una fantasia dei tifosi: emerge dagli atti della Procura Federale.
Secondo: già il 17 aprile 2026, quando si parlava degli esposti di Sancataldese e Acireale, Davis aveva definito le voci circolanti un «veleno organizzato», assicurando ai tifosi che il Messina avrebbe tutelato il club e invitandoli a stare tranquilli.
Terzo: il 10 luglio 2026 la Corte Federale d'Appello aveva già affrontato il problema della continuità sportiva del nuovo Messina, confermando una precedente penalizzazione di due punti.
Perciò oggi non basta dire che la nuova proprietà è estranea agli illeciti della precedente gestione. Può esserlo, ma il rischio che le penalizzazioni seguissero il titolo sportivo era già concreto e documentato.
E allora cosa dovrebbe spiegare Justin Davis?
Nel comunicato del 30 ottobre la società sostiene che i tesseramenti erano stati validati dalla LND e ratificati dalla FIGC, annunciando ricorsi e richieste di risarcimento.
È una posizione difensiva comprensibile, quella del presidente. Ma non risponde ad alcune domande fondamentali:
Prima dell'acquisizione, qualcuno aveva segnalato a Davis il problema dei poteri di firma di Alaimo?
Chi ha esaminato i contratti dei calciatori e verificato la posizione disciplinare dei firmatari?
Quando sono arrivati gli esposti nell'aprile 2026, quali accertamenti interni sono stati effettuati?
Morris Pagniello, di cui Davis ha pubblicamente ribadito la piena fiducia, quali informazioni possedeva e quali verifiche aveva coordinato?
Il fatto di aver comprato il titolo sportivo attraverso una procedura giudiziaria non equivale a una garanzia di immunità rispetto alle precedenti irregolarità federali.
Un investitore che arriva dall'Australia, mette denaro in una società in difficoltà e si ritrova altri venti punti di penalizzazione ha tutto il diritto di sentirsi danneggiato.
Ma ha anche il dovere, nei confronti dei tifosi e del proprio investimento, di pretendere informazioni precise da chi lo assiste.
Non abbiamo elementi per affermare che qualcuno gli abbia mentito o nascosto deliberatamente dei documenti. E non sappiamo che cosa Davis conoscesse al momento dell'acquisto.
Ma il problema della gestione delle informazioni è evidente.
La cosa che mi colpisce maggiormente è questa: si continua a discutere della cattiveria della sentenza, mentre ancora non sappiamo chi abbia materialmente sottoscritto quei contratti, chi ne abbia autorizzato l'utilizzo e quali controlli siano stati fatti.
E' quella la metastasi da eliminare dalla società con urgenza, e che ha causato quella continuità accertata dalla Federazione che presumibilmente nelle motivazioni sarà la causa dei punti sottratti.
Davis può essere una vittima delle conseguenze della precedente gestione senza essere necessariamente esente da errori nella valutazione dei rischi.
E la domanda che gli rivolgerei pubblicamente è molto semplice:
«Presidente Davis, lei ci dice quanto ha investito e quanto ama Messina. Ma può dirci chi le ha illustrato il rischio di queste penalizzazioni, quando ne è stato informato e quali verifiche ha commissionato? Perché, prima di chiedere conto alla Federazione, sarebbe utile sapere chi doveva tutelare il suo investimento.»
Questo, per me, è il punto su cui insistere: non insultare Davis, ma pretendere risposte documentate da lui e da tutta la catena dirigenziale.
Cosa potrebbe accadere?
Secondo voci ricorrenti, confermate da più fonti, è che in realtà fosse stato possibile un patteggiamento a soli 9 punti con una multa leggermente più alta che avrebbe chiuso il procedimento rendendo ancora possibile la risalità. Qualcuno in società, con l'ennesimo consiglio sbagliato, ha definito offensiva questa proposta ed ha voluto andare a giudizio.
Anche mesi fa, prima della fine del campionato si poteva seguire questa linea, ma si pensava di riuscire a salvarsi ai play out. E si è pensato che all'improcedibilità non seguisse più nulla.
Ignoranza, stupidità o cattiva conoscenza dei regolamenti?
Possiamo discutere della tempistica della FIGC, di una penalizzazione che mortifica una intera città. Ma l'illecito era chiaro e bisognava prima limitare i danni.
Ed occhio ai ricorsi, devono essere fatti bene, perché la penalizzazione potrebbe aumentare addirittura e non credo sia possibile patteggiare.
Alan Paul Panassiti


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