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La felicità non è 'fare cose felici'. La felicità è progettare la felicità...

"Un libro di Washington Irving racconta la storia di un uomo che si addormenta sotto un albero per 20 anni e al suo risveglio non riesce più a riconoscere il mondo. Ecco, è così che mi sento" dice Stefano Massini nel suo monologo a Piazzapulita

"Non riesco a riconoscere più il mondo. Sarà per questo che sono impaurito e infelice. Ma perché è crollata così la felicità? David Foster Wallace, nel suo capolavoro ‘Una cosa divertente che non farò mai più’, racconta uno stato d’animo contraddittorio: sulla nave da crociera dove si trova, scrive, "tutto è fatto perché io sia felice, ma io non lo sono. Anzi, non sono mai stato tanto disperato". 

La felicità non è 'fare cose felici'. La felicità è progettare la felicità. Ed è questo che il virus ci ha tolto: la possibilità di fare progetti. La felicità è attesa, è costruzione di cose belle, più che il viverle. Il punto è che fra tanti scrittori ce n’è uno, Borges, che diceva che ‘un solo compromesso è veramente terribile, quello con la nostra infelicità’. Io non sono disposto ad accontentarmi, io voglio ambire al meglio. Io voglio godermela la vita, perché ho solo quella. La mia voglia di felicità non sarà contagiata.
Stefano Massini. Fonte: Wikipedia
(Stefano Massini)

Avrei voluto scriverlo io questo monologo che ieri sera, in pieno temporale a Milano, ho ascoltato in tv. Ho apprezzato sempre questo straordinario attore, scoperto da me quasi per caso. Un puntino in un variegato mondo di "artisti" che pochi conoscono. Il mestiere dell'attore è un modus vivendi molto difficile. E' dura restare, lavorare nell'ombra, avere il talento e sapere che non solo non si rimarrà immortali ma che spesso si è stati e si sarà sempre invisibili.

L'artista che "ci fa divertire" come ha detto Conte. Sapete, mi ha dato enormemente fastidio?

Noi siamo sempre considerati come gente fortunata che vive d'aria. Per questo molti con ci vogliono pagare, o retribuire con un piatto di pasta. Ma recitare, come suonare o come cantare, è un lavoro: un mestiere che anche se si conosce l'arte dell'improvvisazione (come valore aggiunto) non è un lavoro che si improvvisa.

Ci vuole dedizione, pugni in faccia, tanti no, nonostante una preparazione invidiabile c'è sempre qualcuno che vuole vendere e vivere qualcosa per te, al posto tuo, divorare il tuo essere. Ed è per questo che il professionista vive questa stagione del Covid69 chiedendo cosa ne sarà di lui.


Infelicità è attesa (vana), progettualità (che non si concretizza), ma è anche felicità e stimolo di un viaggio nuovo, come dice Massini. Ed è bello sapere che domani sarà comunque un altro giorno, nonostante oggi non sia andata poi così bene.

Questo virus, oltre ad avere distrutto economicamente le anime di questo mondo che hanno fintamente dimostrato che una video-chiamata poteva salvare o sopperire la bellezza del pubblico in sala o in uno stadio.

Il teatro è bello, sono 30 anni che ho cominciato e da qualche tempo non svolgo più questo mestiere. Mi sono innamorato per sbaglio di questo modo di essere, ero troppo timido per sperare o pensare di non incepparmi di fronte a un palco.

Il fatto di essere dislessico, molto chiuso poi quando ero ragazzo e non capivo le mie potenzialità, è stato un limite che ho superato con il lavoro e la dedizione.
E' vero, non ho sfondato, ma non importa. Ero felice quando strappavo l'applauso del pubblico, quando avevo fatto bene il mio dovere.

"Credici e divertiti" è sempre stato il mio motto. Ho avuto enormi alti e bassi, dovuti non sempre a colpa mia, ma non ho cercato nessun tipo di scusa per i fallimenti. Se non ce l'ho fatta è stato solo perché non ero così bravo. Non c'è nulla ne da fare ne da dire. Se non emergi è perché in genere qualcuno che poteva, non ha creduto in te. Non sei riuscito a persuaderlo, quindi fondamentalmente hai fallito.

La felicità è progettare la felicità. E io ogni giorno, fino al 22 Febbraio del 2020 sono riuscito comunque a progettarla, sapevo che ad ogni fallimento c'era la possibilità di una rinascita.

Perché la nostra vita, come ci ha insegnato Ezio Bosso appena scomparso, è un compendio di tante vite in una. C'è una evoluzione, ci sono cadute e fallimenti, grandi vittorie, felicità effimere, dolori improvvisi. Rimpianti e sconfitte, ma anche vittorie inattese.

E' il bello di questa vita, avere una progettualità. Ma ora non è possibile programmare nulla, non sappiamo quanto durerà, se e come finirà.

Ogni giorno una doccia fredda di opinioni tra le più disparate, credi di fare bene e poi arriva qualcun'altro che invece  ti fa capire che stai sbagliando. Parlano tutti in Tv, prima arriva un vaccino, poi non si sa se ci sarà mai un vaccino. Il plasma fa bene? Fa male? Cura tutti o solo alcuni. E i farmaci sperimentali prima vanno bene poi arrivano le sindromi di Kawasaki, i bambini prima non li toccava poi si.

E poi c'è questa maledetta politica, insensata, lontana mai come adesso dalla concezione e dalla interpretazione del mondo. Il decisore politico è più che mai indeciso, non sa cosa fare, ha paura di fare scelte. E quando non sai o non vuoi decidere per mille motivi (il consenso prima di tutto), altri decidono al posto tuo. Ed è il caos.

Parlano di Fasi 1,2, 3. Contiamo fino a 10 per non incazzarci. Altro che felicità questi ci fregano, ma poi fregano di fatto loro stessi. Stare chiusi in casa è servito, si, ma forse ha allungato l'agonia perché è mancato il coraggio.

Perché ci sono i gruppi di pressione che spingono per aprire, a casaccio. Senza regole. Si lamentano per il distanziamento sociale i ristoratori, ma in realtà se vogliamo sopravvivere e non ammalarci non possiamo più vivere come prima.

Turismo scomparso, perché poi le frontiere sono chiuse e non si possono organizzare per i medesimi motivi, eventi attrattivi. Non si sa se si tornerà a scuola, e si parla di calcio. In stadi vuoti. Perché vuoto è un mondo senza gente che si incontra.

Ma questa è un'altra storia...

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