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La vita è una strada asfaltata piena di buche in cui è facile cadere

 Era la gara più difficile da vincere. Nessuno avrebbe fatto sconti o raccontato storie farlocche per trionfare con l’astuzia.

Anche dire una bugia, a fin di bene, sarebbe stato possibile per poter ipotizzare lo scontro che ne sarebbe derivato!



La vita, quella che noi ci siamo dimenticati di avere avuto, cancellata nei meandri di un tempo che non c’è più e di quello che non c’è ancora, è ormai una ipotesi di divieti. Senza ne arte e ne parte, abbiamo approcciato a questa pandemia come l’apoteosi dell’umano sentire pregno di sconfitta.

Abbiamo cercato di eludere le norme naturali, ci siamo inventati dei complotti troppo grandi per degli esseri piccoli come noi e quindi mai reali e realizzabili, siamo riusciti a credere a delle incredibili fandonie.

Sarà il Natale più atipico della storia moderna, oppure sarà “tipico” di una evoluzione chiaramente inciampata nei meandri della socialità asociale dei social e del suoi derivati!

Non sarò mai un influencer, un untore sociale che diffonde il virus delle idiozie che scrive o condivide: questa, per l’umanità, sarà una grande manna, una privazione del mio pensiero non cambierà mai gli ordini dei fattori. Saremo obbligati a non essere espansivi, ma a dire il vero non ci è mai piaciuto esserlo davvero.

Mentre sto correndo al freddo e al gelo di questo fine 2020, quando la pioggia e l’umido è entrato nelle mie stanche membra, penso che la mia prestazione invece che essere straordinaria è molto ordinaria. Una sconfitta per un uomo sul viale del tramonto, che si è illuminato raramente in questo anno buio e che non ha, comunque, mai brillato di luce propria.

La corsa mi ha tenuto in vita, mi ha impedito di lasciarmi prendere da uno sconforto che sta colpendo tutti. Nel mio caso però dovuto a un ragionamento, al pensiero di uno che aveva capito come sarebbe potuta andare.

In questa strada asfaltata che è la vita di ognuno di noi, nella quale all’improvviso si aprono burroni e buche di ogni genere e dove inciampare a faccia in giù non è una vaga ipotesi ma è una certezza anche piuttosto dolorosa, correre è il traguardo per sfogare la propria anima in un percorso solitario.



Il distanziamento sociale l’ho sempre praticato, in questi mesi di pandemia ho perso tante persone che credevo amiche e alle quali avevo dato una sopravvalutazione della loro capacità di intendere e di volere.

La paura è principale fonte di negazione, lo capisco bene io che amo mettere lo sporco sotto il tappeto da sempre. Fin quando non diventa una montagna impossibile da scalare. Ma l’intelligenza?

Dove è finita la nostra capacità intellettiva? Me lo chiedo più o meno a metà del mio percorso di riflessione mentre ogni goccia di sudore che si ghiaccia, finisce regolarmente sul mio occhio destro facendomi piangere, come se avessi letto un libro Harmony.

Mi sembra di essere in un tema senza alcuna possibilità di svolgimento, ogni volta che leggo di provvedimenti atti, per finta, a limitare la nostra presunta libertà di autodeterminarci.

Ma  l’uomo è solo un bambino cresciutello, a cui manca il ciuccio con lo zucchero per sentirsi da mammà! 

Per questo lo Stato, assolutamente non in grado di farlo, tratta i cittadini come degli stupidi: siamo immaturi, non capiamo il momento, abbiamo dimenticato l’uso del cervello.

Intanto la corsa sta per terminare: una agonia incomprensibile che non mi fa perdere nemmeno un grammo.

Anzi ingrasso ancora di più quando, dopo una doccia rigorosamente gelida perché intanto a Sant’Ambrogio si è rotto lo scaldabagno e me lo ripareranno dopo l’inizio del 2021 (e poi parlano di crisi) perché gli idraulici, almeno loro, sono pienissimi di lavoro, mangio il mio pandoro per intero perché tanto domani lenirò il mio senso di colpa con una nuova corsa.

Ecco cosa mi ha lasciato questa pandemia, il senso di colpa. E per quello non esiste alcun tipo di vaccino!

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