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Il crollo dei bot? Ecco come è andata davvero

 


Aggiornamento con scuse, perché quando si sbaglia, e questo accade quando si hanno informazioni incomplete o poche fonti, quello che appare sembra dire altre verità,  che però vanno approfondite.


Per quarantotto ore abbiamo accarezzato un sogno meraviglioso.


Tre data center russi colpiti dai droni ucraini, un crollo impressionante del traffico automatizzato e, secondo numerose testimonianze sui social, un improvviso silenzio di account abitualmente impegnati a difendere Vladimir Putin, insultare Zelensky, screditare l'Europa e spiegare al mondo che la Russia è sempre la vittima.


Sembrava troppo bello per essere vero.


Infatti, almeno nella versione raccontata da molti, non lo era.


L'idea che bastasse bombardare qualche server per liberarsi di migliaia di propagandisti aveva qualcosa di irresistibilmente comico.


Ci siamo illusi, ma era ovvio che sistemi così ben organizzati potessero essere solo scalfitida tre bombardamenti.


Un colpo di drone e il sovranista perde la sovranità della tastiera.


Un secondo colpo e il complottista smette di spiegare come funziona la geopolitica mondiale.


Un terzo e quello che scriveva «Putin ha ragione» ventisette volte al giorno riscopre improvvisamente l'importanza della famiglia.

Pareva il più grande programma di disintossicazione digitale della storia.


Poi sono arrivati gli esperti.


Quelli veri, purtroppo.

E hanno rovinato la festa.




L'analista di sicurezza Łukasz Olejnik ha evidenziato un errore tecnico che dovrebbe far riflettere soprattutto chi, come noi, considera la disinformazione un problema serio.


Il gigantesco calo del traffico automatizzato registrato da Cloudflare riguardava prevalentemente i crawler di Yandex.


Che cosa sono?

Programmi informatici che esplorano automaticamente le pagine web per indicizzarne i contenuti.


Fanno un lavoro sostanzialmente simile a quello dei robot utilizzati dai motori di ricerca.


Non sono necessariamente gli account che pubblicano messaggi su X, fingono di essere cittadini indignati o distribuiscono propaganda politica.


In sostanza, abbiamo visto diminuire il traffico di un motore di ricerca e qualcuno ha pensato che si fosse spento il reparto propaganda del Cremlino.

È come vedere chiudere temporaneamente un ufficio postale e concludere che sia finito lo spam.

Un errore comprensibile nella confusione delle prime ore, ma pur sempre un errore.


Anche io, nella prima locandina dedicata alla vicenda, abbiamo utilizzato una formulazione troppo categorica: i bot spariscono.


Avrei dovuto scrivere che era crollato il traffico automatizzato di Yandex, mentre il collegamento con i bot della disinformazione rimaneva da dimostrare.


La differenza non è marginale.


Se vogliamo denunciare la propaganda degli altri, dobbiamo essere abbastanza seri da correggere le nostre conclusioni quando emergono nuovi elementi.



Altrimenti cambiano soltanto i protagonisti. 

Il metodo rimane identico.


E non abbiamo bisogno di diventare complottisti filoeuropei per combattere quelli filorussi.



MA ALLORA PERCHÉ ALCUNI ACCOUNT SEMBRAVANO SCOMPARSI?


Questa è la domanda più interessante.

Non possiamo liquidare le testimonianze degli utenti semplicemente perché un grafico è stato interpretato male.


Ma non possiamo nemmeno trasformare quelle testimonianze in una statistica.


Alcuni utenti sostengono di aver osservato meno risposte aggressive, meno provocazioni e meno attività da parte di profili abitualmente molto presenti.


È una percezione che andrebbe verificata con dati sugli account, sui messaggi pubblicati e sui rispettivi orari.


Ammettiamo, per ipotesi, che un gruppo di questi account abbia davvero rallentato.


Come potremmo spiegarlo?


Una prima possibilità è che alcune operazioni automatizzate utilizzassero servizi collegati alle infrastrutture danneggiate, anche soltanto per funzioni secondarie.


Non necessariamente per pubblicare direttamente i messaggi.


Un sistema può dipendere da server che gestiscono database, autenticazioni, strumenti di coordinamento e altri servizi.


Interrompere uno di questi componenti potrebbe rallentare una determinata rete senza disattivare tutte le altre.

È tecnicamente plausibile.


Ma, per il momento, non abbiamo prove che sia successo proprio questo.


Una seconda possibilità riguarda lo spostamento delle operazioni.


Una rete che perde un'infrastruttura può trasferirsi altrove, cambiare indirizzi, sostituire servizi, riconfigurare strumenti.


Durante una transizione possono verificarsi rallentamenti.


Ma anche questa è un'ipotesi, non la ricostruzione documentata di quanto avvenuto.


C'è poi una terza possibilità, forse la più sottovalutata.


Se alcuni operatori della propaganda hanno percepito un rischio per le proprie infrastrutture o per la propria identificazione, potrebbero aver temporaneamente ridotto l'attività per ragioni di prudenza.


Probabilmente è andata così. 


Una pausa tattica.


Non il funerale dei bot.


Una semplice riorganizzazione.


E naturalmente esiste anche una spiegazione molto meno emozionante: i social non mostrano sempre gli stessi account, gli algoritmi cambiano ciò che vediamo e, quando ci convinciamo che qualcosa sia scomparso, cominciamo a notarne soprattutto l'assenza.


La mente umana è straordinaria.


Riesce a trovare conferme alle proprie convinzioni anche mentre consulta un grafico che misura tutt'altra cosa.


LA PROPAGANDA RUSSA NON ABITA NECESSARIAMENTE IN RUSSIA


Qui arriva il punto fondamentale sollevato da Olejnik.


Le operazioni di influenza non devono necessariamente funzionare attraverso computer fisicamente collocati sul territorio russo.


Possono utilizzare infrastrutture distribuite, server commerciali all'estero, proxy e dispositivi compromessi.


Possono appoggiarsi a piattaforme occidentali.

E soprattutto possono utilizzare persone reali.

Il propagandista moderno non è obbligatoriamente un robot.


Può essere un operatore retribuito, un influencer interessato a monetizzare la propria visibilità, un attivista ideologicamente convinto o un cittadino che condivide spontaneamente contenuti falsi.

E le differenze sono enormi.


Non tutti quelli che ripetono una narrazione favorevole a Putin sono bot.


Non tutti ricevono soldi dalla Russia.


Non tutti fanno parte di una rete coordinata.


Attribuire automaticamente a Mosca qualsiasi opinione sgradita sarebbe un'altra forma di paranoia.


Ma le operazioni organizzate di influenza russa esistono davvero, sono documentate e non scompaiono soltanto perché abbiamo interpretato male un grafico.


La minaccia è reale. È la notizia della sua improvvisa scomparsa a non essere dimostrata.


C'è un dettaglio che rende questa storia ancora più imbarazzante.


Mentre alcuni festeggiavano il presunto collasso della propaganda, circolavano grafici secondo i quali sarebbero diminuite drasticamente anche le ricerche sulle pseudocure contro il cancro, sulle fantasiose disintossicazioni dai vaccini e su altre convinzioni antiscientifiche.


Abbiamo visto percentuali suggestive.


Meno ricerche sul fenbendazolo.


Meno interesse per il bicarbonato contro i tumori.

Meno ricerche sulla cosiddetta disintossicazione dalla proteina Spike.


E subito è nata una storia perfetta: i server russi cadono e gli americani smettono di cercare cure miracolose.


Sarebbe stato un risultato magnifico.


Peccato che Google Trends non misuri quanti propagandisti siano al lavoro, né dimostri chi abbia provocato una variazione nell'interesse di ricerca.

Misura un interesse relativo, in un certo periodo e in una determinata area geografica.

Inoltre, confrontare pochi giorni può essere fuorviante: servono serie storiche più ampie, controlli e un metodo trasparente.


Non basta osservare due fenomeni consecutivi per dimostrare che uno abbia causato l'altro.

È proprio questo l'errore che rimproveriamo continuamente ai complottisti.


Quelli che vedono due persone ammalarsi dopo una vaccinazione e concludono che una cosa debba necessariamente essere stata provocata dall'altra.


Qui il rischio è stato simile, anche se applicato a una causa che molti considerano giusta.


E questo dovrebbe insegnarci qualcosa.


Una bufala non diventa una buona notizia soltanto perché colpisce qualcuno che detestiamo.


C'È ANCHE IL GRAFICO SULL'AfD. E QUI IL RIDICOLO AUMENTA.


Tra i materiali diventati virali è comparso anche un grafico secondo cui, dopo gli attacchi, sarebbe crollata l'attività online favorevole all'AfD tedesca.


Peccato che la provenienza del grafico non sia stata chiarita e che siano state individuate incongruenze temporali, compresa la presenza di una data futura.

Insomma, mentre festeggiavamo la presunta sconfitta della disinformazione, rischiavamo di diffondere materiale privo delle verifiche necessarie.


Una specie di campionato mondiale dell'autogol.

Con gli spalti pieni di persone convinte di aver appena segnato.


LA GUERRA INFORMATIVA NON È FINITA. HA SOLTANTO CAMBIATO LA NOSTRA PERCEZIONE.


L'aspetto davvero preoccupante è che questa storia potrebbe produrre un effetto opposto a quello desiderato.


Raccontare che i bot russi siano stati spazzati via può generare un'illusione di sicurezza.

Come se un problema strutturale, costruito attraverso anni di manipolazione e alimentato da reti distribuite, potesse essere risolto danneggiando tre edifici pieni di computer.


Non funziona così.


E non funzionano così nemmeno le operazioni di influenza.


Se una rete automatizzata si interrompe, bisogna capire quale rete, per quanto tempo, attraverso quali infrastrutture e con quali conseguenze.


Se alcuni account diventano silenziosi, bisogna verificare quanti siano, che cosa pubblicassero prima, se fossero coordinati e se il cambiamento sia statisticamente significativo.


Se una campagna riappare sotto altri nomi, bisogna ricostruirne i collegamenti.

In altre parole, bisogna fare ricerca.

Non organizzare una festa sulla base di una schermata.


La disinformazione russa non è meno pericolosa perché una notizia sul suo presunto collasso si è rivelata infondata.


Anzi, il suo successo più grande potrebbe essere proprio averci abituati a un ecosistema nel quale qualsiasi contenuto abbastanza convincente viene condiviso prima ancora di essere verificato.


Anche da chi sostiene di combattere le manipolazioni.

LA DIFFERENZA TRA NOI E LORO DOVREBBE ESSERE PROPRIO QUESTA...



Quando emergono informazioni nuove, si corregge.


Quando una ricostruzione non regge, si cambia conclusione.


Quando un esperto dimostra che un grafico non significa ciò che pensavamo, non lo accusiamo automaticamente di essere al servizio di Putin.

Lo ascoltiamo.


È questa la differenza tra un atteggiamento critico e un sistema di credenze impermeabile ai fatti.

La Russia può perdere data center, infrastrutture, computer e servizi digitali.


Può subire danni tecnologici enormi.


Ma la sua capacità di influenzare il dibattito occidentale non dipende necessariamente da un unico edificio, da un unico operatore o da un'unica rete.


E soprattutto non dipende esclusivamente dai bot.

Perché esiste qualcosa di molto più difficile da disattivare.


La propaganda volontaria.


Quella di chi condivide qualsiasi contenuto purché confermi le proprie convinzioni.


Quella di chi considera falso tutto ciò che lo contraddice e vero qualsiasi messaggio che gli dia ragione.


Quella di chi scambia la propria ostilità verso l'Occidente per un'analisi geopolitica.

È una tecnologia straordinaria.

Funziona senza aggiornamenti, non richiede manutenzione e resiste persino alla presentazione di prove contrarie

.

CONCLUSIONE: IL CREMLINO PUÒ PERDERE INTERNET. LA CREDULITÀ UMANA RESTA CONNESSA.


Non sappiamo ancora se alcuni gruppi di propaganda siano stati effettivamente rallentati dagli attacchi.


Non sappiamo se il silenzio segnalato da diversi utenti corrisponda a un fenomeno misurabile.


E non abbiamo prove che il presunto crollo dei contenuti pro-Putin, pro-AfD o pro-MAGA sia conseguenza diretta dei danni subiti da Yandex.

Sappiamo però che gli attacchi hanno colpito infrastrutture tecnologiche importanti.


Sappiamo che il grafico più condiviso è stato interpretato in modo scorretto.


E sappiamo che la propaganda russa continua a essere un problema reale, documentato e complesso.


Perciò nessun funerale dei bot.

Nessuna liberazione miracolosa di Internet.

Nessun drone capace di restituire automaticamente il senso critico a milioni di persone.


E per chi si fosse illuso di non dover più leggere sciocchezze filorusse, complottismi sanitari e analisi geopolitiche scritte con la competenza di una zucchina, purtroppo ho una brutta notizia.

I server possono andare offline. La propaganda può cambiare indirizzo. Ma l'ignoranza, quando incontra una connessione Internet, trova sempre il modo di tornare online.

E quella, più che una server farm, è una centrale elettrica inesauribile.

Alan Paul Panassiti

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