Il clima di incertezza e di paura, che ha causato il Sars Cov 2, o più comunemente Covid, ha stravolto i riti e i momenti di condivisione della nostra società.
Il distanziamento sociale e le mascherine, provvedimenti necessari e giusti (è opportuno chiarirlo al netto dei negazionismi folli che si sentono in giro), hanno portato a decisioni drastiche e feroci, a compromessi blandi o onerosi: ci hanno cambiato la vita.
Un vaccino che non arriva, che inciampa in ostacoli normali data la fretta di averlo, e cure ancora non ben definite e perennemente sperimentate ci fanno vivere un momento in cui l'incertezza regna sovrana.
L'unica cosa, con i nostri comportamenti, che possiamo altresì fare è quella di seguire le tipiche prudenze attuate in ogni quarantena di malattie a carattere respiratorio: lavarsi ripetutamente le mani (norma a dire il vero da mantenere anche in futuro), usare i dispositivi di protezione e evitare in ogni modo qualsivoglia assembramento.
E arriviamo al punto: con queste regole sarà quasi impossibile riaprire gli stadi in tutto il mondo. C'è chi ci sta provando, con numeri limitatissimi, ma che sono una piccola pezza in un mare di assordante vuoto.
Tralasciando le follie estive (vacanze all'estero da irresponsabili, vip altrettanto folli dall'eludere le regole, discoteche strapiene ovunque), in questo momento gli sforzi del nostro e altrui governo sono quelli di riaprire le scuole: un azzardo necessario per mantenere in vita le basi della società dovute alla presenza fisica di bambini e ragazzi in plessi scolastici. Un percorso educativo e di vita che non può essere ignorato o demandato.
Una società, nei limiti del possibile, votata a uno smart working della socialità, a ristoranti chiusi per assenza di clienti, al silenzio di un Inverno che sarà lungo e irto di ostacoli.
Lo stadio e lo sport in genere hanno ovviamente pagato un prezzo altissimo a questo stillicidio, alimentato anche da comportamenti irresponsabili di calciatori, allenatori e presidenti (su cui e dei quali si è ampiamente parlato in altre sedi).
Una partita di calcio poi è legata strettamente ai suoi spalti, alla presenza di tifosi: abbiamo visto le final eight di Champions e i campionati conclusi senza pubblico. Era tutto diverso, triste, asettico. Le motivazioni di molti, anche a guardare i match, si sono azzerate.
La differenza tra una partitella tra amici il lunedì sera al Kolbe e un derby a San Siro non sta solo nella capacità degli interpreti di toccare una palla e di correre più veloci: sta nella presenza di spalti pieni di gente e di emozioni e di gioia.
Sembra passato un secolo, ma vedere uno stadio pieno con striscioni e fumogeni mi emozionerà. Anche ascoltare sfottò e insulti sarà meraviglioso, i fischi, anche un po di sana inciviltà sarà meravigliosamente gradita.
Avere malincuore a desiderare che il vilipendio dei tifosi passi dai social a quella arena, piena di sangue e contraddizioni, che è uno stadio di calcio, è il segno che non c'è una nuova normalità e soprattutto non c'è futuro per noi che vogliamo aggregarci e ammassarci.
Il DASPO che il Covid ci ha dato, costringendoci ad atroci commenti di Adani e soci sul divano di casa, non è una nuova comodità, ma una inaccettabile sconfitta che ci ha inflitto uno stupido e pericoloso batterio per conformare i contorni di un fallimento.
Abbiamo diritto a vedere dal vivo i nostri eroi, ormai sbiaditi? Questo si, anche se purtroppo non è il momento!
E' il momento di essere prudenti e di non credere a cialtroni che, per consenso politico o demenza senile/giovanile che si voglia, con aperture folli e insensate potrebbero uccidere noi e soprattutto i nostri cari per la nostra incapacità di rispettare le regole.
Il sogno di uno stadio pieno però rimarrà, così come quello di progettare la felicità che è la cosa che in questo momento manca di più.
Speriamo sia la storia nuova che presto riusciremo a scrivere.
Alan Paul Panassiti
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