In principio era colpa dei runner: nonostante corressimo veloci in tutte le ostili strade cittadine, contro ogni perturbazione atlantica e pensando di evitare con destrezza tutte le auto posteggiate in tripla fila, eravamo diventati noi i nemici del popolo.
Si sa, in tempi di Covid19, nell'anno più nero di sempre il 2020, bisogna di volta in volta trovare un nemico. Un esperienza, un modus vivendi o un lavoro deve diventare il caprio espiatorio per ogni fallimento nelle (mancate) strategie di chi ci comanda in Europa e nel mondo.
Per fortuna il tempo degli spioni sui tetti, contro chi cercava disperatamente di fare partire il suo metabolismo durante il lockdown, è finito. I nemici oggi sono i teatri e i cinema (che comunque registravano una assenza di pubblico da decenni e che improvvisamente ci han fatto diventare Zeffirelli e De Filippo in un attimo), i ristoranti senza distanziamento e con tavoli incollati uno all'altro.
Ogni tempo ha un suo avversario (esso stesso lo è per noi), un suo modo di affrontare il disastro inevitabile e la sconfitta annunciata. La corsa è vita, e non richiede assembramenti o distanziamenti. E neanche una mascherina, che anzi sarebbe oltremodo dannosa per chi produce anidride carbonica durante lo sforzo.
Indossare gli scarpini e affrontare le buche in strada (evitando al contempo auto che si divertono a schizzarti di acqua quando, dopo una bomba d'acqua causata da incontrovertibili cambiamenti climatici, è arrivato un sole confortante), è un esercizio di straordinaria fatica ma anche di celebrazione di uno sforzo cui tutti possono essere capaci. E che alla lunga porta benefici, anche a livello mentale.
Purtroppo il Covid 19 ha cancellato quelle forme aggregative di corsa come ad esempio la Stramilano (ogni anno corsa in maniera sempre più lenta quasi a sottolineare il declino fisico della vecchiaia) e le maratone.
Correre una maratona è una sfida straordinaria, una impresa di cui essere orgogliosi: un miracolo per chi fa fatica anche a salire una rampa di scale, figuriamoci per chi odia ogni forma di sport.
E' abnegazione, disinteresse verso ogni forma di realtà alternative al divano, turismo sportivo e democratico, sofferenza estrema e quasi dai toni ascetici quando, all'improvviso hai delle visioni dovute alla mancanza assoluta di idratazione. Le gambe diventano di mogano, le braccia di maiolica e ti ritrovi ad essere l'uomo più sudato del mondo.
Quest'anno avrei voluto fare la maratona di New York, ma alla fine mi è rimasto solo il giardino Candia a Milano, evitando ogni forma evoluta di deiezioni canine fatte ovunque tranne che nelle sedi dovute. O in alternativa la zona industriale di via Toffetti , ideale per l'assenza totale di esseri viventi al mattino e quindi dal punto di vista sanitario perfetta.
Ogni volta che la mattina affronto questa montagna di pensieri che avvolgono la mia mente in questo periodo ansiogeno che stiamo vivendo, e penso al lockdown di qualche mese in cui è vero che non si lavorava, ma avvertivo l'assenza dell'aria inquinata aperta di Milano. Sentire il rumore dei miei passi, l'ostilità degli automobilisti che vedevano in me un pazzo che invece di starsene di fronte alla tv comodamente affrontava ogni giorno l'aria metallica della mia città per allenarsi.
Ho vissuto la Maratona, ma in una settimana: ho percorso 42 km e 195 metri nella mia mente per secoli. Ho sconfitto ogni avversario e ho concluso a braccia alzate. E nell'anno in cui forse ero pronto a farla davvero ho rinunciato per un maledetto virus.
Ma terminata questa pandemia voglio tornare a esprimere la mia libertà di corsa ovunque, senza rinunciare alla mia passione mattutina. Rinfrancato dal un mondo che ripartirà taglierò il traguardo più difficile del mondo: quello dei sacrifici fatti per migliorare la propria esistenza e delle persone a cui voglio bene.
Al termine dello sforzo estremo concluderò con le braccia alzate: in segno di resa!
Ma questa sarà una nuova storia, tutta da raccontare.
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