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La credibilità dello sport al tempo del Coronavirus è rimasta intatta?

 Il virus è clinicamente morto“, questa Estate questo mantra veniva fuori da poche voci ma importanti del panorama medico. E sono state usate dai “negazionisti” per potere giustificare il ritorno a una vita normale, uguale a quella di prima.



Riaprire tutto, senza ritegno, con regole fatte accuratamente per essere aggirate, affidandosi al comune senso di irresponsabilità del cittadino comune. Il risultato? All’improvviso (anche se con numeri rassicuranti, ma non durevoli, su decessi e terapie intensive mai paragonabili a Marzo ed Aprile di questo funesto 2020il contagio è esploso e la vita è tornata ad essere condizionata da questo maledetto virus.

Dire, “Ve l’avevamo detto, non illudetevi!”, a dire il vero non consola, anzi crea ulteriore frustrazione. Il senso di civiltà completamente travolto dalle folli serate in discoteca di questa Estate palesemente sbagliata e fuori controllo, e frontiere aperte fin troppo allegramente ci regaleranno un Autunno e un inverno ricche di problematiche e di quarantene. Di sintomi assenti, di asintomatici contagiosi, e alla fine di una diffusione del virus fuori controllo.

Lo sport non è stato da meno: la scorsa stagione si è conclusa senza grossi problemi e con la completa mancanza di pubblico (che ci siamo illusi potesse tornare allo stadio, ma era appunto solo una pia illusione). I calciatori e gli sportivi di altre discipline, in una bolla quasi monacale, hanno concluso la stagione con poche positività e tutto è andato bene. 

Poi sono arrivate le feste folli di queste estate, gli yatch con donne bellissime e vino e cocaina a fiumi: la movida si è attivata ed è ripartito il contagio.

Gli sportivi sono ragazzi molto giovani che come i loro coetanei meno fortunati, dal punto di vista economico, escono, incontrano persone e sono irresponsabili. Poi tornano nel campo di allenamento e contagiano i loro compagni e poi i loro avversari. Le positività in Under 21, nel Genoa e nel Napoli (che ha portato al clamoroso caso della partita mai giocata all’Allianz di Torino), e in altri sport mostra che i protocolli per fare andare avanti gli sport e chiudere la stagione sono inadeguati.

Perché il virus corre più veloce, e le regole e i compromessi trovati non reggono.

E’ anche una stagione, questa, che ci porterà alle Olimpiadi di Tokio con un anno di ritardo: la beffa è che un atleta che si è allenato per cinque anni per questo appuntamento, il giorno prima della gara che potrebbe consacrarlo campione dopo tanto sudore potrebbe risultare positivo e non parteciparvi!

E nel calcio è lo stesso: squadre monche, preparazioni improvvisate, isolamenti fatti alla carlona, e il risultato è che ogni viaggio (anche per giocare le Coppe Europee) potrebbe comportare rischi di presentarsi a giocare partite determinanti con una decina di giocatori assenti per quarantene.

E’ il mondo che abbiamo imparato a conoscere in queste ansiogene giornate. 

Dovremmo chiedere agli atleti una maggiore responsabilità e controllo per potere fare andare la macchina del calcio e dello sport in genere. 

Ma sappiamo che è dura: essi soffrono e usano le lusinghe di faccendieri vari che li trascinano un po dappertutto. Fanno feste che i comuni mortali nemmeno si sognano, la serietà spesso è assente.

Poi la mancata presenza di pubblico e preparazioni, come dicevo, approssimative hanno fatto soprattutto del calcio uno sport molto lontano da se stesso.



Abbiamo visto partite con giocatori che camminano, schemi zoppicanti, troppe sostituzioni e con la mancanza di un lavoro organico sul gruppo che è evidente a qualsiasi osservatore neutrale. Non è il calcio che conosciamo, è una esibizione che abbisogna di una preparazione adeguata.

Se no non si spiegherebbero i troppi goal, i risultati tennistici, i crolli verticali di squadre un tempo imbattibili. E manca l’atmosfera.

Ecco. Il covid19 ha ucciso anche quella rendendo la nostra passione un qualcosa di diverso e di poco credibile.

Come andrà a finire?

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