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Edith Bruck: "Quelle bandiere di Israele non dovevano stare in piazza"

 Partiamo sul definire e conoscere chi è Edith Bruck: è una scrittrice, poetessa, regista e testimone della Shoah, nata in Ungheria nel 1931 in una famiglia ebraica. Da adolescente fu deportata nei campi di concentramento nazisti, tra cui Auschwitz-Birkenau, e sopravvisse anche ad altri lager durante la guerra.



Dopo il conflitto visse in vari Paesi europei, poi si stabilì in Italia, dove ha scritto gran parte della sua opera in lingua italiana.

Perché è importante lei e quello che dice?

È considerata una delle voci più autorevoli della memoria della Shoah in Italia perché ha raccontato in prima persona deportazione e persecuzione, ha dedicato la vita alla testimonianza nelle scuole e nel dibattito pubblico ed ha trasformato il trauma in letteratura e riflessione civile.

Edith combatte antisemitismo, razzismo e indifferenza.

Edith Bruck non è una “commentatrice qualsiasi”: è una donna che ha visto l’abisso del Novecento con i propri occhi. Per questo, quando parla di memoria, simboli o odio, le sue parole pesano più di mille opinionisti da talk show.





"Quelle bandiere di Israele non dovevano stare in piazza" riferendosi al 25Aprile apre a una seria riflessione che mi trova decisamente d'accordo. E vi spiego perché.

Dire che le bandiere di Israele non dovevano stare in piazza può essere letto come un tentativo di distinguere:

il ricordo della Liberazione e dell’antifascismo

la memoria della persecuzione degli ebrei europei

le scelte politiche dell’attuale governo israeliano!

È un messaggio importante: l’ebraismo non coincide automaticamente con lo Stato di Israele, e Israele non coincide con ogni ebreo del mondo.

Quando dice che l’unica giusta era quella italiana, probabilmente richiama il senso originario del 25 aprile:

festa nazionale italiana

liberazione dal nazifascismo

ricostruzione democratica del Paese

unità civile oltre le divisioni internazionali!

In pratica: quella piazza dovrebbe parlare dell’Italia, della sua Resistenza, non essere trascinata dentro ogni conflitto globale del presente.

Negli ultimi anni molte manifestazioni vengono usate per inserire bandiere di cause contemporanee:

Ucraina (Tino, ti si vuole bene e nessun pezzo di merda come quel Marchetti può e deve impedirti di manifestare, come al popolo ucraino a cui va da sempre la mia solidarietà, deve essere chiaro)

Palestina

Israele

NATO

UE ecc.

Bruck sembra dire: "attenzione a non usare il 25 aprile come contenitore di tutto, svuotandolo del suo significato storico."

Per alcuni sarà una frase di equilibrio e lucidità.

Per altri sembrerà un attacco a Israele.

Per altri ancora una critica al modo in cui certa politica usa la memoria ebraica solo quando conviene.

Ed è qui il punto centrale: spesso il ricordo della #Shoah viene strumentalizzato per silenziare critiche politiche, per fare propaganda e per creare tifoserie morali!

Una sopravvissuta che rompe questo schema inevitabilmente spiazza tutti.

In Italia il 25 aprile è ancora una festa irrisolta. Ogni anno c’è chi la vive come liberazione e chi la subisce come fastidio storico. Inserire bandiere straniere spesso peggiora tutto e offre alibi polemici a chi vuole delegittimarla.

E qui nasce la mia riflessione...

Ogni anno osserviamo ed avviene la stessa scena miserabile.

Il 25 aprile arriva e invece di onorare chi morì contro fascismo e nazismo, parte il luna park dei professionisti della bandiera. Ognuno si presenta con il proprio vessillo, la propria agenda, il proprio teatrino morale. Non commemorazioni: occupazioni abusive della memoria.

C’è chi usa la Liberazione come passerella politica.

Chi la usa per farsi selfie antifascisti a costo zero.

Chi la usa per regolare conti del presente.

Chi la usa per ripulirsi la coscienza una volta l’anno.

E poi arrivano i mercanti del dolore: quelli che prendono tragedie storiche immense e le trasformano in gadget ideologico da sventolare quando conviene e da riporre in soffitta quando disturba.

La memoria, in Italia, è diventata un outlet.

Scontata, svenduta, manipolata.

Se una sopravvissuta alla Shoah ricorda che il 25 aprile è la festa dell’Italia liberata, non di un Risiko geopolitico permanente, subito scatta il panico. Perché rovina il giocattolo. Rompe il meccanismo perfetto del ricatto emotivo. Ricorda che i morti non sono proprietà privata di nessuna tifoseria.

Il punto è semplice e scandaloso insieme:

non tutto deve diventare propaganda!

Ma viviamo nel Paese dove tutto viene cannibalizzato:

la Resistenza ridotta a slogan da palco

la Shoah usata a intermittenza

il patriottismo evocato solo quando serve

l’antifascismo recitato da gente che odia il dissenso!

Il 25 aprile dovrebbe essere sobrietà, riconoscenza, profondità storica.

Invece spesso sembra una fiera di ambulanti morali che urlano:

“Guardate me! Guardate quanto sono giusto!”

Ecco la verità cattiva:

Molti non difendono la memoria.

La sfruttano.

Molti non rispettano i simboli.

Li brandiscono come manganelli.

Molti non vogliono ricordare il passato.

Vogliono dominare il presente.

Finché continueremo così, i testimoni veri parleranno sempre meno. E i piazzisti della coscienza sempre di più.


Alan Paul Panassiti



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