Lo abbiamo fatto di nuovo.
Triplete di mancate qualificazioni alla Coppa del Mondo di calcio.
Direte: "Ma con tutti i problemi che abbiamo in questo momento, che ci importa della nazionale di calcio?"
Vero, verissimo, ma è lo specchio di una nazione in declino vero, fatta di gente messe la da una certa politica, nomi che si ripetono e che cambiano solo poltrone, di incapaci di "successo": insomma l'Italia.
Una volta era il calcio, era la passione, era il radunarsi la domenica, riconoscerci, parlarci, sfotterci, a volte anche arrivando alle mani. Ma era vita, era l'appuntamento, era l'amore che non si tradiva mai.
Due cose sono fedeli: il proprio cane (perché gli dai da mangiare e non ti abbandonerà mai) e la fede per la tua squadra di calcio.
Quando da piccolo scegli per chi tifare, sarà per sempre e nulla cambierà.
La "Nazionale Italiana di Calcio" era prima di questi ultimi anni, in cui la società è cambiata in profondità per diventare narcisista e fatta di selfie con i filtri nel cesso di qualche palestra o di casa propria, una passione comune che coinvolgeva (nelle grandi manifestazioni, europee e soprattutto mondiali) il popolo.
E' vero che pallavolo, tennis, nuoto e atletica (ultimamente) ci danno delle soddisfazioni in controtendenza, ma nessuna di queste ci fa scendere in piazza a festeggiare come una vittoria a un campionato del Mondo o di un europeo di calcio. Nelle singole città questa cosa accade anche se una squadra sale di categoria.
Solo nel calcio.
"Vietato giocare a pallone in cortile": da questo divieto nasce la fine di quello che era la nostra infanzia, il nostro modo di socializzare e di riscattarci, il nostro modo di capire cosa volesse dire "fare parte di una squadra".
Gli oratori ormai sono un qualcosa di importante ma residuale, vuoi giocare a pallone devi andare a una scuola calcio pagando o non lo farai. "Mandiamo a calcio il bambino", prima non esisteva. Il bambino ci andava a giocare a calcio, magari giocando nelle fiumare, calciando pallonate sulle porte dei garage (che adesso chiamiamo box), facendo passare estate a quaranta gradi con sfide dal mattino alla sera con altri avversari agguerriti. Prendendo e dando calci, rialzandoci polverosi, abituandoci alla fatica e al contatto fisico, interrotti dalle mamme che urlavano disperate al balcone dicendoci che il pranzo era pronto (almeno da me in Sicilia era così).
Era tutto istintivo, e se volevi fare goal dovevi imparare ad evitare i calcioni di ragazzi più grandi e grossi di te con i dribbling, e dovevi tirare in porta da ogni posizione, con qualunque tipo. Non c'era la costruzione dal basso, a volte imparavi a giocare di sponda con il muro perché la palla non usciva mai.
E usavi la fantasia, non "scaricavi" al compagno perché dovevi farlo, lo facevi solo nel momento in cui era necessario.
E nascevano Baggio, Zola, Totti, Del Piero e tanti altri, ma prima di loro c'erano Franco Causio, Bruno Conti, Roberto Donadoni: gente che dava del tu alla palla e per la quale le caviglie erano un oggetto che sarebbe stato massacrato di calci da difensori che, intanto, per fronteggiare tutta questa qualità, dovevano essere cattivi e astuti. Era una guerra sportiva, fatta di ogni cosa, dove si imparava a soffrire retrocedendo e ripartendo velocissimi e con qualità: era la scuola italiana del calcio.
Che ci ha fatto essere, perché poi arrivare in serie A era il sogno, le persone che eravamo anche fuori dal campo.
Io ho avuto la possibilità, l'onore di vivere quel calcio sia da (mediocre) calciatore che da arbitro (senza Var e con qualche bella soddisfazione). L'ho visto crescere ed appassire: ho visto aumentare la velocità e diminuire totalmente la qualità.
Perché è vero: il calcio di oggi non emoziona più, pochissimi sono i giocatori che hanno quel talento (l'ultimo forse Leo Messi, perché Cristiano Ronaldo è stato un grande calciatore ma non un fenomeno, costruito sul lavoro ossessivo quotidiano). Noi vecchi arnesi ci ricordiamo di tutti i calciatori di quando eravamo bambini, delle loro storie, delle loro sofferenze. Ci identificavamo con loro.
Adesso invece li vediamo lontani quando postano le loro foto sui social facendo vedere che vanno alle cene con delle escort che poi regolarmente si fanno mettere incinta per sfruttare il momento, ci fanno vedere i loro Rolex e le loro vacanze in barca, per poi lamentarsi che "giocano troppo", che sono "stressati".
Sono lontani i tempi dei Facchetti e similari che, con riservatezza, incontravano il loro amore da giovane e si costruivano le famiglie che ancora oggi esistono: la nostra società è quella di Instagram adesso. La nostra vita sono le "stories", i "tag", i "video", i "like" e i "segui".
E' tutto incredibilmente finto, mentre (ed ho anche questa fortuna) quando vedo i vecchi protagonisti del calcio di una volta vedo in loro umanità, racconti, storie vere da ascoltare. Ho questa fortuna, ma il tempo passa: stanno morendo tutti, perché il tempo è un bastardo che scorre e non fa sconti.
Lo so, sono un nostalgico, un vecchio cadavere ambulante (con le caviglie che hanno presentato il conto ogni giorno, dopo anni di attività sportiva), ma questo calcio che tanto mi ha fatto innamorare, ora non mi piace più.
Contano solo i soldi, tanti soldi. Vuoi vedere la tua squadra del cuore anche da lontano? Paga.
Poi, che il servizio sia scadente e peggiorato e i costi altissimi, è sotto gli occhi di tutti. L'esempio di DAZN è lampante: il peggiore servizio di streaming, la qualità di riprese (nonostante la tecnologia) e dei cronisti è imbarazzante. Per quasi 50 euro al mese era meglio disdire, anche per non avere crisi di nervi ogni volta che saltava la linea, che l'immagine non fosse a scatti. Tutto questo per soldi.
"La crisi del calcio italiano è nella pirateria": abbiamo sentito anche questo durante questi anni di declino inarrestabile. Da parte di dirigenti di questa Federazione che sono complici, se non protagonisti di questo scempio.
Era importante questa premessa per capire il contesto, il degrado e la tristezza che ci hanno portato all'ultima (ma molto prevedibile) eliminazione al mondiale.
Una volta parteciparvi era scontato (una sola eliminazione nel 1958): l'anno dei mondiali era quello in cui compravi la Tv nuova, sapevi che quella estate calda ti saresti radunato con i tuoi amici a casa con pizza, birra o Coca, a bestemmiare sul goal sbagliato o sulla sconfitta degli azzurri. Diventavi Commissario Tecnico e criticavi ogni scelta, perchè c'era anche una scelta di qualità da cui partire per selezionare i 22.
Ora no, l'estate da 15 anni circa, è quella dei weekend al mare, del caro ombrellone, del cambiamento climatico, del "la notte si suda, non si respira", ma non è più quella delle "Notti magiche" o del "Cielo blu sopra Berlino" o ancora più indietro quella del "Mundial" in Spagna o Argentina.
Anche il Campionato del Mondo in se è più brutto: Russia, Qatar ed ora Usa e in futuro Arabia Saudita, sono quanto di più triste e lontano dalla passione calcistica di quanto abbiamo visto. Ma questa è una storia legata al denaro, alla corruzione, a giochi politici o similari: tutto questo contribuisce al disamoramento della gente.
Ma torniamo al nostro "dramma sportivo", al quale ci siamo abituati purtroppo. Ha radici profonde, ed è una cosa tutta nostra. E' la sintesi del mancato rinnovamento, delle gerontofilia che ci colpisce in questo paese, dove per lasciare una poltrona bisogna essere morti (ma non sempre, vedi "Forza Italia" con "Berlusconi presidente", stra morto da qualche anno ma sempre la), della paura di innovare e di rischiare. E' la "summa" di quello che è questo paese.
Dopo tre disastri simili, inframezzati dalla vittoria all'Europeo di Roberto Mancini (che ha vinto perché la nazionale giocava un calcio che nessuno in serie A faceva), bisognerebbe tirare una riga ed azzerare i vertici del calcio.
Ma il presidente Gravina, in una conferenza stampa delirante ieri sera, ha detto che non si dimetterà.
Cosa accadrà? Visto che il mastice che lascia attaccato questo totale incapace alla poltrona (non solo lui, sia chiaro) sembra senza solventi capaci di scioglierlo, la Federazione verrà commissariata.
Che nome circola? Malagò. Si direttamente dal circolo Aniene, a caccia di una poltrona nuova. Dirigente bravo ed esperto, che però ha fatto il suo tempo e che non sarà mai la soluzione.
Ricordiamo che Gravina è stato eletto all'unanimità dai presidenti delle nostre squadre, il che allarga la complicità alla serie A e a tutto il movimento, anche esso ormai di terza fascia.
Un sistema auto referenziale, che è stato il cancro del movimento calcistico nazionale e che, è alla base di tutti i fallimenti (di nazionale e club) degli ultimi 15 anni.
Cosa fare per cambiare, a parte gli uomini al comando?
La partita di ieri in Bosnia, su un campo di Eccellenza che poteva fare paura solo a dei cagasotto, "la bolgia", è stata la sintesi di tutti gli errori.
Intanto il livello mediocre dei nostri calciatori che parte dalla base, da un qualcosa che va assolutamente eliminato.
Chiamiamolo "casting".
Esiste una metastasi che molti sottovalutano: le scuole calcio!
Una volta i ragazzini giocavano per strada, poi in qualche piccola società delle periferie e venivano notati se bravi da osservatori che li portavano nei loro settori giovanili. Non pagavano, ma venivano scelti per giocare. Quelli meno bravi o dotati rimanevano in piccole squadre a sgambettare nei vari tornei giovanili e a giocare in società meno blasonate. Ma tutti si battevano, senza pagare, dietro un pallone. Accompagnati dai genitori che speravano nei loro figli, si alzavano ad orari impossibili e giocavano con qualunque tempo in qualunque luogo, con qualsiasi terreno.
Ai miei tempi esistevano tantissimi campi in mattonelle (negli oratori) ma non pensavi alle cadute che ti sbucciavano le ginocchia, o altri campi polverosi in terra battuta. Giocare sul campo in erba era il sogno, ma la palla imparavi a controllarla in condizioni peggiori. E non avevi paura.
Oggi invece le famiglie sono costrette a "mandare loro figlio a calcio" pagando, per evitare di vederlo rincretinito di fronte a un cellulare (dato dagli stessi genitori pagando cifre assurde): senza voglia e passione, pagando, si va in scuole calcio "satelliti" di altre.
Senza quelle e le segnalazi
oni di allenatori improvvisati e scadenti, falliti e senza una idea di calcio che sia una, non si riesce più ad emergere. I calciatori crescono in un ambiente ovattato dove conta il selfie a fine partita, "la squad list", il post dopo la vittoria. E lo fanno su un campetto di erba sintetica dove giocheranno non i migliori, ma tutti, proprio perché hanno pagato.
Manca la competizione e il

talento. Talento ucciso da questi mediocri tecnici che impazziscono se punti l'avversario e ti dicono di "scaricare" all'indietro, di "costruire dal basso", di giocare a un tocco. I difensori "non marcano e scappano all'indietro", hanno quasi paura del contatto fisico così come i loro avversari. E diventano dei fighetti che poi, crescendo, montati da improvvisati procuratori che sperano di trovare la gallina dalle uova d'oro, vengono coccolati e illusi e "protetti".
Quei pochi che arrivano alle grandi squadre, poi, saranno considerati troppo giovani per essere rischiati: poco maturi tatticamente, fragilini, non pronti, immaturi.
E saranno costretti, per giocare, a marcire in serie inferiori magari con delle assurde seconde squadre, dove continueranno ad essere coccolati e non avendo competizione o pressione (perché giocando senza pubblico e senza contestazioni) proseguiranno la loro vita calcistica giovanile senza mai essere pronti.
Verranno venduti per "generare plusvalenze" (chiamiamoli falsi in bilancio una buona volta), e ci si dimenticherà di loro.
Pochissimi, e solo dopo tantissimi anni e giri immensi, li troveremo in serie A.
Questo è il primo gravissimo errore: se li si ritiene forti e di prospettiva, li si deve mettere in rosa con i grandi, farli battagliare per la maglia, competere in allenamento con i più forti ed insidiarli. Solo così cresceranno, buttandoli nella mischia.
Ma è alla base, nelle scuole calcio, che il danno è stato fatto: è stato ucciso il loro istinto e la loro voglia di rischiare di prendersi un calcione che farà male al momento, ma che ti aiuterà ad evitarne altri da grande.
Anche il sistema dei campionati aiuta questo degrado: in Italia ci sono troppe squadre professionistiche e troppo realtà piccole che lo sono destinate a morire se non facendo gabole o imbrogli o "plus valenze".
Le seconde squadre sono una metastasi del nostro calcio, quando le si affronta non c'è rivalità, ma solo punti. E non hanno appeal: la gente non è interessata a vedere in campo l'Atalanta, il Milan o la Juventus B. E i ragazzi che ci giocano dentro non si fanno le ossa. Per fare ciò devono andare in piazze caldissime dove verranno insultati se se la fanno sotto, lottare per la maglia o un obiettivo. E' un percorso di crescita.
Anche nelle categorie inferiori, dove una volta venivano fuori anche i Torricelli, l'obbligo di schierare under "per fare giocare i giovani" ha portato all'abisso. I giovani devono giocare se sono bravi, non per legge. Ci sono ragazzi in serie D che giocano per forza, ma che una ventina di anni fa non avrebbero nemmeno potuto giocare in terza categoria: li vedi, scadenti tecnicamente e fisicamente, poveri nella testa e mediocri e senza speranza di salire di livello. E certe piazze che marciscono nelle categorie inferiori spesso vengono ricattate da procuratori che hanno in mano under di miglior livello (che poi abbandoneranno quando andranno fuori età).
In serie C, poi, esistono realtà in cui se vuoi allenare devi pagare: un assurdo, che abbassa il livello ancora di più. Società che prendono contributi per "il minutaggio" dei giovani e che contribuiscono alla distruzione del sistema: una volta queste società mettevano in mostra qualcuno che veniva acquistato da società di livello superiore e finanziavano proprio chi credeva in quel talento e lo aveva venduto a un prezzo importante.
Per intenderci, un Totò Schillaci oggi sarebbe rimasto all'Amat Palermo e non avrebbe mai giocato sia nella Juventus che in nazionale ai Mondiali. Senza soldi e povero avrebbe giocato in campi polverosi, senza mai potere andare in una scuola calcio e nessuno avrebbe mai saputo chi fosse.
La serie C ogni anno vede penalizzazioni e fallimenti di società che fanno il passo più lungo della gamba, gestite da incompetenti ridicoli o da veri e propri truffatori. Il tutto è permesso da una lega permissiva, che dovrebbe alzare l'asticella e impedire a certi personaggi di entrare nel mondo del calcio. Eppure succede ancora e l'unica spiegazione è che i campionati di C siano una meravigliosa fonte di riciclaggio: i calciatori, con stipendi da fame ed a volte nemmeno pagati, scommettono contro le loro stesse squadre, ma si fa finta di niente.
Passiamo al livello superiore, la serie B: una volta era un campionato dove emergere non era semplice. Era una vera e propria palestra. Ma da molti anni a questa parte non emerge nulla, solo bidoni pompati e un numero inverecondo di stranieri in cerca di autore che hanno abbassato il livello. Non è un caso che solo Pio Esposito negli ultimi anni sia riuscito ad andare in una grande squadra, ma ci ha messo molto ad emergere (e comunque non stiamo parlando di Maradona).
Lo scempio totale però è accaduto in serie A. I diritti tv, scarsi e mal gestiti, hanno aumentato la forbice di un torneo che andrebbe portato a 18 squadre immediatamente. Gli orari delle partite hanno poi causato un allontanamento dei tifosi dagli stadi, vecchi ed inadeguati.
Vedere "la tessera del tifoso" o curve vuote con spazi vuoti o trasferte vietate (ci vorrebbe solo prevenzione e fare in modo che lo stadio non sia una zona franca per evitare certe cose) fa molto male.
Rende tutto meno appetibile, anche perché lo spettacolo è osceno. Il livello è bassissimo.
E torniamo alla tecnica, al modo di essere e di pensare del nostro sistema.
Premessa: se non ci auto regoliamo, la sentenza Bosman purtroppo fa scuola, è inutile dire che dovremmo mettere un limite agli stranieri.
Dovrebbe essere una scelta di tutti, una scelta coraggiosa, a partire dai settori giovanili dove, qualsiasi sia la loro provenienza, i calciatori fortissimi sono benvenuti. Ma non è il nostro caso.
Dai settori giovanili bisognerebbe partire solo con calciatori selezionabili dalla nazionale italiana, perché se prendi un giovane africano o sudamericano o altro e poi è scarso come gli altri, non ci serve.
Lasciare libera la loro fantasia ed eliminare le scuole calcio, renderle illegali totalmente.
Alla maggiore età se non ritenuti idonei per la propria o venderli subito, senza "recompra" o "riscatto obbligatorio a certe condizioni", oppure al massimo concedere un prestito per un anno e se non richiamati alla base, lasciarli al loro destino. Sarà il talento, se non osservato o compreso, a decidere per loro.
Invece le società, anche per fare trucchi finanziari e "ammortamenti" ridicoli, hanno nel loro portafoglio giocatori che fanno girare per anni per l'Italia o il mondo. Uno strumento di potere, ovviamente, ma anche un guaio enorme per i conti quando non riesci a piazzarli.
La competizione deve essere immediata e spietata: solo così si valorizzeranno i talenti e i giocatori da serie A.
Senza un gentlemen agreement tra le società questa cosa non potrà però mai avvenire e il livello si abbasserà sempre di più.
Perchè è ridicolo pensare che l'obiettivo sia qualificarsi alla Champions (torneo per cui avremo sempre meno squadre in futuro) per una quarantina di milioni con i quali non puoi comprare o pagare stipendi altissimi a nessuno: meglio ripartire da tornei minori, abbattere i costi, ma almeno farci crescere piano piano.
E' solo quando non si ha più niente, ed ora siamo completamente a zero, si può ripartire, ricostruire. Abbiamo perso troppe occasioni.
Alan Paul Panassiti
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