Signor Presidente,
viviamo un tempo strano.
Un tempo nel quale chi alza la voce sembra avere sempre ragione, nel quale il consenso vale più della competenza, l'insulto più dell'argomentazione, il sospetto più della conoscenza. Un tempo in cui la politica, troppo spesso, sembra aver smarrito il senso del limite, della misura e perfino della responsabilità.
In questo rumore continuo, Lei è rimasto in silenzio.
Non il silenzio dell'indifferenza, ma quello delle istituzioni. Il silenzio di chi conosce il peso delle parole e sa che ogni frase pronunciata dal Presidente della Repubblica non appartiene a una persona, ma allo Stato.
Per questo desidero semplicemente dirLe grazie.
Grazie perché in questi anni è stato spesso l'ultimo presidio di una cultura istituzionale che rischia di diventare una specie protetta.
L'hanno accusata di essere troppo prudente, troppo severo, troppo presente, troppo assente. L'hanno tirata per la giacca da ogni parte, chiedendo di piegare il Suo ruolo agli interessi del momento. Ogni schieramento, prima o poi, ha preteso che il Quirinale diventasse una succursale della propria convenienza politica.
Lei ha continuato a fare ciò che dovrebbe fare ogni Presidente della Repubblica: ricordare che la Costituzione non cambia a seconda dei sondaggi e che le istituzioni non possono essere usate come strumenti di propaganda.
Viviamo una stagione nella quale il populismo non è più soltanto un orientamento politico. È diventato un metodo. Tutto deve essere semplice, immediato, emotivo. Lo studio viene deriso come élite, la competenza come arroganza, il dubbio come debolezza. Chi conosce le leggi viene spesso trattato come un ostacolo da aggirare, non come una risorsa per la democrazia.
Eppure uno Stato di diritto vive esattamente del contrario.
Vive di equilibrio. Vive di regole. Vive di pesi e contrappesi. Vive di persone capaci di dire anche dei "no" quando sarebbe immensamente più conveniente dire sempre "sì".
Per questo la Sua figura assume oggi un significato che va oltre la normale dialettica politica.
Lei rappresenta un'idea di Repubblica che sembra appartenere a un'altra epoca: quella nella quale le istituzioni non erano il palcoscenico dell'ego personale, ma il luogo del servizio pubblico.
Non credo esistano uomini perfetti. Nemmeno Presidenti perfetti.
Esistono però persone che comprendono la differenza tra esercitare un potere e custodire un'istituzione.
Lei, in questi anni difficili, ha dato l'impressione di appartenere alla seconda categoria.
Mentre la politica si divide, urla, rincorre il titolo del giorno e la polemica successiva, il Quirinale è rimasto il luogo dove le parole vengono ancora pesate e dove la Costituzione continua a essere letta non come un ostacolo da aggirare, ma come il fondamento della nostra convivenza.
Forse è proprio questo che oggi molti italiani avvertono.
Non la nostalgia di un uomo solo al comando.
Ma il bisogno di qualcuno che ricordi che nessuno può esserlo.
Le istituzioni democratiche non vivono di uomini forti. Vivono di regole forti e di persone abbastanza serie da accettare che quelle regole valgano anche quando limitano il proprio potere.
Per questo, Signor Presidente, desidero ringraziarLa.
Per la sobrietà in un tempo di eccessi.
Per l'equilibrio in un tempo di estremismi.
Per il rispetto della Costituzione in un tempo nel quale qualcuno la cita soltanto quando gli conviene.
E soprattutto perché continua a ricordarci, con il Suo esempio prima ancora che con le Sue parole, che la credibilità delle istituzioni è un patrimonio fragile: si costruisce in decenni e si può dissipare in pochi anni.
In un Paese attraversato da una nebbia sempre più fitta, Lei continua a rappresentare una luce. Non accecante, non salvifica, ma sufficiente a ricordarci dove passa il confine tra la Repubblica e la sua caricatura.
Grazie, Presidente.
Alan Paul Panassiti
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