Da dove viene e quale è la storia del termine #maranza?
Questa è la storia di una parola che ha cambiato vestiti, quartiere e nazionalità. Ma soprattutto è diventata un magnifico alibi per tutti.
C'era una volta il maranza? Si perché c'era già una volta.
Era italiano. Italianissimo.
Si chiamava magari Gianluca, Massimiliano o Fabrizio. Aveva la camicia aperta fino all'ombelico, una catena d'oro che avrebbe potuto ancorare una petroliera, il gel nei capelli e un'autoradio capace di provocare un terremoto di magnitudo 6.
Frequentava le discoteche, parcheggiava in doppia fila, importunava le ragazze e si esprimeva con un vocabolario che oscillava tra «figa» e «minchia».
Tra diminutivo e rafforzativo.
Era un povero scappato di casa, un antenato del disagiato. Ma esisteva.
Era un coglione. Ma un coglione Made in Italy.
E quindi, tutto sommato, patrimonio nazionale.
Nessuno convocava un Consiglio dei ministri. Nessuno chiedeva l'intervento dell'esercito. Nessuno pretendeva l'espulsione immediata di Massimiliano da Cinisello Balsamo.
Anche perché, al massimo, avrebbero potuto rispedirlo a casa dalla madre, che lo avrebbe accolto con un piatto di pasta al forno, da vero terrone...
Poi il tempo è passato.
Le discoteche sono cambiate, le autoradio sono scomparse, il gel è stato sostituito dal taglio sfumato e le catene d'oro hanno lasciato spazio ai borselli a tracolla.
Ma soprattutto è cambiato il maranza.
O meglio, è cambiato quello che noi abbiamo deciso di chiamare maranza.
Oggi si chiama magari Youssef, Mohamed, Kevin. O ancora Gianluca, naturalmente, ma quest'ultimo rovina un po' la sceneggiatura.
Ascolta trap, indossa una tuta firmata non sempre originale e spesso rubata, porta le Nike TN e frequenta la periferia.
Guida il monopattino in tre, ha i capelli riccioli e in piscina comunale non nuota, ma si tuffa e basta. Scassando il cazzo a tutti.
E improvvisamente il Paese scopre che l'abbigliamento sportivo costituisce una minaccia alla sicurezza nazionale.
Una volta bastava una tuta per sembrare un rappresentante dell'Adidas.
Oggi, a giudicare da certi commentatori, basta per finire nel registro degli indagati.
Benvenuti nell'Italia del sospetto prêt-à-porter.
Naturalmente c'è un problema reale.
Ci sono ragazzi che rapinano, picchiano, minacciano, devastano negozi e terrorizzano altri ragazzi.
E sapete come si chiamano?
Delinquenti.
Una parola bellissima, antica, precisa, che possiede il grande pregio di non richiedere un'indagine sulle origini dei nonni.
Se rapini qualcuno sei un delinquente.
Se spacchi una vetrina sei un vandalo.
Se aggredisci un passante sei un aggressore.
Se indossi una tuta e ascolti trap, invece, sei semplicemente uno che ha gusti musicali discutibili. Magari sei anche un pezzo di merda, ma innocuo.
Che, fortunatamente, non è ancora un reato.
Ma in Italia amiamo complicare le cose semplici e semplificare quelle complicate.
Così abbiamo inventato il maranza universale.
Un essere mitologico, metà criminale e metà capo d'abbigliamento, che secondo la narrazione più pigra sarebbe contemporaneamente responsabile del degrado urbano, dell'immigrazione, delle periferie, delle rapine e probabilmente anche dei ritardi di Trenitalia (ah no! Quello è il girasagre).
Se domani a Milano si rompe un tombino, non escludo un titolo: «Sospetti su una banda di maranza».
E mentre tutti discutono della felpa, nessuno guarda cosa c'è sotto.
Scuole che perdono ragazzi per strada. Quartieri abbandonati. Famiglie che non riescono più a esercitare alcuna autorità. Giovani che crescono imparando che per essere qualcuno bisogna fare paura a qualcun altro.
Il tutto in una società che predica il rispetto e poi premia l'arroganza, ostenta ricchezza e misura il valore delle persone dal prezzo delle scarpe.
Vero Marracash? Che gira in Ferrari, ostenta il lusso, porta il Rolex, ma che parla a cazzo dei problemi di disagio della Barona.
Insomma, abbiamo insegnato ai ragazzi che contano soltanto i soldi, i marchi e la prepotenza.
Poi ci indigniamo perché qualcuno ci ha creduto.
Geniale. Un esperimento educativo riuscito come affidare un asilo nido a Erode.
Ma c'è un'altra categoria che merita un applauso.
Quella degli adulti. Siamo noi il vero problema.
I genitori che non sanno dove siano i figli alle tre del mattino, ma conoscono perfettamente le impostazioni della loro Smart TV.
E che per fare stare zitti i figli li mettono a un anno ei fronte a un cellulare che li ipnotizza.
Gente a cui andrebbe levata la potestà genitoriale, adulti irresponsabili e selvaggi, incapaci di educare anche un telecomando.
Gli opinionisti che non mettono piede in periferia da quando hanno sbagliato uscita della tangenziale, ma sono prontissimi a spiegarci chi ci vive sono poi il massimo della idiozia.
Dal loro divano o ospitata in tv, ci dicono che a 11 anni un bambino saccheggia e ruba perché non vede prospettive?
Prospettive di che, imbecille del cazzo?
Tu che parli facendo video selfie sui social vestita da bagascia e ammiccando a tutti questi ragazzini per avere like e fare segui alla tua pagina.
Cattivi maestri...siamo pieni.
I politici che scoprono il disagio giovanile soltanto quando diventa un argomento da campagna elettorale, ma che sono il primo cattivo esempio del disagio. Artefici del disastro e fallimentari autori della situazione economica mondiale.
E gli immancabili nostalgici della disciplina di una volta, convinti che sotto il fascismo nessuno avrebbe osato indossare una tuta Adidas.
Probabilmente perché l'Adidas non esisteva ancora.
Poi c'è il capolavoro dell'ipocrisia nazionale: il delinquente cambia gravità a seconda del cognome.
Se si chiama Mohamed, diventa la dimostrazione che l'integrazione è fallita.
Se si chiama Gianluca, era un bravo ragazzo che frequentava cattive compagnie.
Se Mohamed commette una rapina, si apre il dibattito sull'immigrazione.
Se Gianluca commette la stessa rapina, si apre il dibattito sulla crisi della famiglia.
Due rapine identiche. Due diagnosi sociologiche diverse.
Un prodigio della medicina politica italiana.
Attenzione, però: nemmeno il vittimismo è un lasciapassare.
Avere vissuto in periferia, essere cresciuti in una famiglia povera o aver subito discriminazioni non autorizza nessuno a prendere a calci un passante.
Io sono stato davvero povero, ma non ho preso a calci nessuno.
Ho reagito, ho studiato, ho combattuto con i denti e non ho mai spaccato alcuna vetrina.
Il disagio può spiegare alcune cose. Non assolve automaticamente nessuno.
Chi pesta un coetaneo per rubargli il telefono non è un rivoluzionario, non è un ribelle romantico e non sta conducendo una sofisticata lotta contro il capitalismo.
È uno stronzo che ruba telefoni.
Un colossale fallito, un ruba galline.
E la vittima ha il diritto di essere difesa, qualunque sia il quartiere da cui proviene l'aggressore.
Ma torniamo alla nostra meravigliosa parola.
Il maranza degli anni Ottanta faceva casino davanti alla discoteca.
Quello degli anni Duemila era il tamarro da prendere in giro.
Quello di oggi è diventato contemporaneamente una sottocultura, un problema di ordine pubblico, uno stereotipo etnico e un eccellente prodotto televisivo.
Una carriera straordinaria.
Da personaggio delle barzellette a emergenza nazionale.
Da fenomeno di costume a possibile argomento per un decreto sicurezza.
Senza nemmeno sostenere un concorso pubblico.
E sapete qual è la parte più divertente?
Che mentre continuiamo a chiamare maranza qualsiasi ragazzino con il borsello, quelli che organizzano davvero rapine e aggressioni se ne fregano delle nostre discussioni linguistiche.
Loro continuano a delinquere.
Noi continuiamo a classificare.
Perché in Italia è molto più facile cambiare il nome a un problema che affrontarne le cause.
Abbiamo trasformato una parola nata per prendere per il culo i tamarri in una categoria capace di evocare un'intera emergenza sociale.
E nel frattempo abbiamo dimenticato una cosa elementare.
La criminalità si combatte identificando, perseguendo e punendo chi commette reati. Il disagio si affronta con interventi seri. L'integrazione si costruisce. La prevenzione costa tempo, denaro e competenze.
Il capro espiatorio, invece, è gratis.
E soprattutto rende benissimo sui social.
Alla fine il maranza è cambiato tre volte in quarant'anni.
Prima aveva la camicia aperta.
Poi aveva la tuta.
Oggi, nel nostro immaginario, ha perfino un passaporto prestabilito.
Ma il vero miracolo è che siamo riusciti a trasformare un coglione in un'emergenza etnica, senza mai risolvere il problema dei coglioni.
Perché quelli, a differenza delle mode, non passano mai. E soprattutto non hanno nazionalità.
Alan Paul Panassiti

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