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L'audizione di Conte in Commissione Covid

 L'ho rifatto ancora...Ieri ho ascoltato l'audizione di Giuseppe Conte in #CommissioneCovid


Il metodo è sempre quello. Separare i fatti dalle opinioni. Spesso non è semplice in un mondo ormai costruito da tifoserie dove conta solo ciò che è utile alla narrazione che ci piace.

Una serie di piccole considerazioni va fatta, prima di cominciare.

Ogni audizione della Commissione COVID ormai sembra seguire un copione scritto da un autore che ha esagerato con il caffè.

Entra il testimone. Prima ancora di parlare, precisa che la Commissione è un tribunale politico. Dall'altra parte c'è chi, prima ancora di ascoltare, sembra aver già scritto il verdetto (questo è quello che sembra).

Poi mi devo ricordare che in realtà la commissione non è un tribunale e mai lo sarà.
Bisogna subito mantenere la calma e riportare tutto alla realtà: è un qualcosa di creato, ovviamente (come ho detto più volte) non per capire cosa è stato sbagliato, cosa ci sarebbe da migliorare.

Da un lato del ring Conte, che era stato "sconvocato" due giorni prima, e i cani rabbiosi del centro destra sempre più schiumanti in vista di elezioni ormai prossime.

Nel mezzo, milioni di italiani che speravano di capire qualcosa in più su una delle pagine più drammatiche della storia recente e si ritrovano invece davanti all'ennesima puntata di una serie TV: "Pandemia – La vendetta".

Oggi è toccato a Giuseppe Conte. Ha difeso lockdown, DPCM, stato d'emergenza e la gestione del suo governo. La maggioranza lo ha incalzato sulle mascherine, sui contratti e sulle responsabilità politiche.

Il risultato?

I sostenitori di Conte sono usciti convinti che abbia demolito la Commissione.

I suoi detrattori sono usciti convinti che abbia demolito sé stesso.

L'unica cosa a non essere demolita è l'incapacità del dibattito pubblico italiano di distinguere tra fatti, opinioni e propaganda.

La pandemia è costata decine di migliaia di vite, miliardi di euro e sacrifici enormi. Sarebbe ragionevole aspettarsi una Commissione capace di ricostruire, con metodo e documenti, cosa abbia funzionato e cosa no: piano pandemico, RSA, medicina territoriale, coordinamento tra Stato e Regioni, approvvigionamenti, comunicazione istituzionale.

Ma se non consideri e tieni fuori le Regioni questa commissione non sarà mai una cosa seria e uno spreco di soldi.

Ma ci pensate a un Fontana incalzato dai suoi stessi alleati per le minchiate fatte prima dell'arrivo di Bertolaso? Dai...

Invece troppo spesso il dibattito sembra ridursi a due tifoserie.

Da una parte chi ripete: «Conte è un criminale».

Dall'altra chi risponde: «Conte è stato perfetto».

La realtà, come quasi sempre, è infinitamente meno comoda.

Una Commissione parlamentare non dovrebbe servire a confermare le convinzioni di chi vi entra, ma a metterle alla prova.

Perché se ogni audizione termina con entrambe le parti che si dichiarano vincitrici, forse non sta vincendo nessuno. O forse sta vincendo soltanto la politica-spettacolo.

E il rischio è che, quando questa Commissione chiuderà i lavori, ognuno conserverà esattamente l'idea che aveva il giorno prima della sua istituzione.

Con una sola differenza: avremo speso altro tempo, altro denaro pubblico e prodotto altre migliaia di pagine di polemiche.

Le lezioni utili? Quelle, purtroppo, potrebbero essere rimaste ancora una volta in sala d'attesa.

Ma andiamo nel dettaglio...

Lo so, anche questa sarà una lunga rottura di coglioni: ne sono consapevole.
Ma la vita non è un post social, ma qualcosa di ben più complicato.

A fenomeni complessi, questa è la regola, non ci sono mai risposte semplici.


Preciso un limite che è apparso immediato: il resoconto stenografico ufficiale completo non risulta ancora pubblicato; quindi questa è una prima verifica puntuale, basata sulla diretta e sulle citazioni testuali disponibili. Quando uscirà il verbale parlamentare si potrà controllare anche ciò che oggi è stato sintetizzato o omesso.

Conte sostiene che: «La Commissione è stata concepita come un plotone d’esecuzione nei miei confronti»


Conte non sta formulando un’affermazione fattuale facilmente verificabile, ma un giudizio politico: la Commissione avrebbe come vero obiettivo colpire lui e, contemporaneamente, proteggere gli amministratori regionali e locali appartenenti ai partiti della maggioranza.

Come possiamo valutare questa sua affermazione iniziale? E' di certo una opinione politica plausibile, ma non dimostrata. Anche se ci sono molti indizi in tal senso.

È vero che la Commissione è nata in un clima fortemente conflittuale e che parte delle opposizioni ne ha contestato composizione, perimetro e finalità. Ma per dimostrare che sia davvero un «plotone d’esecuzione» servirebbe esaminare la selezione degli auditi (non sempre irreprensibili visto che sono stati chiamati molti complottisti, associazioni novax e gente che non ha questo livello di credibiltà); l’equilibrio tra responsabilità statali e regionali (le regioni, come detto, non partecipano a questa commissione); le domande poste; i documenti acquisiti e le eventuali omissioni deliberate.

Il linguaggio di Conte è chiaramente difensivo e preventivo: prima ancora di discutere il merito, delegittima il giudice politico che lo sta interrogando. È una strategia retorica, non una prova.

Conte prosegue con : «Potete scavare quanto volete, non troverete nulla di illecito su di me»

Affermazione non verificabile in questa forma.

Conte può legittimamente rivendicare la propria estraneità a illeciti, ma nessuno può dimostrare preventivamente che qualunque approfondimento futuro non troverà nulla. Allo stesso tempo, dalle notizie emerse oggi non risulta che gli sia stato contestato formalmente un reato relativo alla gestione pandemica.

Bisogna inoltre distinguere tre piani che spesso la discussione politica confonde:

responsabilità penale;
responsabilità amministrativa o contabile;
responsabilità politica per errori, ritardi o controlli insufficienti.

L’assenza di un illecito penale non dimostrerebbe automaticamente che ogni decisione fu corretta o che il sistema di vigilanza funzionò bene.

«I DPCM erano il risultato del bilanciamento tra salute e libertà fondamentali»

Conte ha sostenuto che i DPCM applicassero la tecnica costituzionale del bilanciamento: massima tutela possibile della salute con il minore sacrificio possibile degli altri diritti.

Questa frase è giuridicamente fondata, ma non sufficiente a chiudere la discussione.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 198 del 2021, ha escluso che il decreto-legge n. 19 del 2020 avesse consegnato a Conte un autonomo potere legislativo. I DPCM erano atti amministrativi applicativi di misure già individuate e delimitate da una fonte primaria.

Quindi la tesi estrema secondo cui Conte avrebbe instaurato una «dittatura personale tramite DPCM» non regge.

Ma non significa che ovviamente che ogni singolo DPCM fosse automaticamente proporzionato e che ogni restrizione fosse la migliore possibile. Erano scelte politiche.
Inoltre non è scontato che la comunicazione fosse sempre corretta e che il Parlamento non avrebbe potuto essere coinvolto maggiormente.
E ovviamente non è escluso che non esistessero criticità costituzionali o amministrative su singoli provvedimenti.

Conte ha dunque ragione sulla legittimità generale della catena decreto-legge–DPCM; esagera se trasforma questa legittimità generale in una certificazione assoluta di tutte le decisioni.

«La proroga dello stato d’emergenza non fu liberticida né una dittatura»

Conte ha detto che lo stato d’emergenza era necessario per conservare la struttura di protezione civile e gli strumenti operativi necessari, ricordando che fu prorogato anche dal governo Draghi.

Questo è sostanzialmente corretto, con una precisazione importante: lo stato d’emergenza previsto dal Codice della protezione civile non equivale allo “stato d’eccezione” costituzionale, non sospende la Costituzione e non attribuisce pieni poteri al presidente del Consiglio. Era il presupposto amministrativo per ordinanze, acquisti urgenti, coordinamento della Protezione civile e deroghe circoscritte.

È inoltre vero che la gestione emergenziale proseguì sotto Draghi. Questo indebolisce la narrazione secondo cui lo stato d’emergenza fosse esclusivamente uno strumento personale di Conte.

Tuttavia la frase contiene anche un artificio: il fatto che Draghi abbia prorogato l’emergenza non dimostra automaticamente che tutte le precedenti proroghe fossero necessarie nella stessa misura. Ogni proroga va giudicata sulla situazione epidemiologica e operativa del momento.

Quindi qui è corretta la sostanza giuridica; incompleta la giustificazione politica.

«Non è vero che lasciammo una campagna vaccinale con risultati modesti»

Conte contesta la rappresentazione secondo cui il governo Draghi avrebbe trovato una campagna praticamente ferma e sarebbe partito da zero.

Questo è solo parzialemente corretto.

La campagna era iniziata il 27 dicembre 2020, durante il governo Conte II. Prima dell’insediamento di Draghi erano già state somministrate dosi, predisposti il piano nazionale e la prima macchina distributiva. Il governo Draghi, quindi, non partì letteralmente da zero.

Ma nel febbraio 2021 la copertura della popolazione era ancora necessariamente limitata: le consegne erano ridotte, la produzione europea era nella fase iniziale e la vaccinazione era concentrata soprattutto su personale sanitario, RSA e anziani. Il vero salto quantitativo avvenne nei mesi successivi, grazie anche all’aumento delle forniture e alla riorganizzazione guidata da Figliuolo.

Dire che Conte lasciò «risultati modesti» può essere politicamente ingeneroso; dire che lasciò una campagna già pienamente sviluppata sarebbe ugualmente fuorviante.

Possiamo dire tranquillamente che Conte corregge una caricatura, ma tende a sopravvalutare lo stadio raggiunto nel febbraio 2021.

«Noi eravamo contrari all’obbligo vaccinale; l’obbligo per gli over 50 fu introdotto da Draghi»

L’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni venne effettivamente introdotto nel gennaio 2022 dal governo Draghi. Conte ha ricordato di avere espresso dubbi sull’utilità di inseguire alcune centinaia di migliaia di lavoratori non vaccinati quando la copertura era ormai vicina al 90%.

Corretto sul fatto storico, mentre è più discutibile sull’argomentazione epidemiologica.

È vero che l’obbligo generalizzato per gli over 50 non fu introdotto dal governo Conte;
arrivò con Draghi nel 2022;
Conte e il M5S espressero riserve: è un fatto acclarato.

Ma il riferimento all’«immunità di gregge» è problematico. Le soglie ipotizzate all’inizio della campagna erano costruite sulle varianti precedenti e sull’aspettativa che i vaccini riducessero fortemente anche l’infezione e la trasmissione. Con Delta e soprattutto Omicron, quella prospettiva cambiò: la protezione dall’infezione diminuiva nel tempo, mentre rimaneva molto più solida contro malattia grave e morte.

Quindi raggiungere circa il 90% degli adulti vaccinati non rendeva automaticamente inutile ogni ulteriore misura. Si poteva contestare l’obbligo per ragioni di proporzionalità o efficacia marginale, ma non semplicemente perché fosse stata già raggiunta una presunta soglia definitiva di immunità collettiva.

Siamo di fronte a un fatto storico vero, ma anche a una motivazione scientifica troppo semplificata.

«Non sono mai stato no-vax»

Conte ha respinto l’accusa, sostenendo che una politica indulgente verso pulsioni antiscientifiche avrebbe prodotto un’Italia ancora più disastrata.

Sostanzialmente vero, nella forma nei fatti.

Il governo Conte negoziò e programmò l’avvio della vaccinazione; adottò un piano vaccinale nazionale; promosse pubblicamente i vaccini; iniziò la campagna nel dicembre 2020.

Essere contrario a uno specifico obbligo vaccinale non equivale automaticamente a essere no-vax. Si può sostenere una vaccinazione volontaria, raccomandata e capillare senza sostenere qualsiasi obbligo.

La debolezza della risposta di Conte è politica: invece di limitarsi ai fatti, attribuisce agli avversari «pulsioni antiscientifiche». Può essere vero per singole dichiarazioni di alcuni esponenti, ma dovrebbe indicare nomi, frasi e date. E ricordiamo che spesso, chi era a parole contro la vaccinazione fu spesso uno dei primi a farlo.

Questa affermazione personale è coerente con i fatti ma siamo di fronte a un contrattacco generico.

Il verbale anonimo sulle mascherine JC Electronics, poi è apparso nella discussione.

Conte ha dichiarato di aver ricevuto anonimamente un verbale di dieci pagine, datato 14 aprile 2022, dal quale emergerebbe che milioni di mascherine non possedevano le caratteristiche dichiarate e che alcuni documenti di accompagnamento sarebbero stati contraffatti. Ha detto di averlo consegnato alla Procura di Roma.

Segnalazione seria, ma per ora non una prova conclusiva.

Gli elementi da distinguere sono:

l’esistenza materiale del verbale;
l’identità e la competenza di chi lo redasse;
la catena di custodia;
il campione effettivamente esaminato;
i test tecnici utilizzati;
la corrispondenza tra i lotti controllati e quelli oggetto del contenzioso;
l’esistenza di successive verifiche, certificazioni o decisioni giudiziarie.

Un documento anonimo può contenere informazioni autentiche, ma l’anonimato ne riduce inizialmente il valore probatorio. Conte ha fatto correttamente a trasmetterlo alla magistratura anziché presentarlo come verità definitivamente accertata. Infatti ha usato il condizionale: «emergerebbe».

La società ha contestato la ricostruzione, sostenendo la conformità delle mascherine; alcuni commissari hanno inoltre affermato che il documento sarebbe già stato esaminato in procedimenti precedenti.

La questione è da approfondire; né “scoop definitivo” né carta da scartare senza verifica.

«La transazione da 100 milioni è un’assurdità giuridica ed economica»

Conte contesta il pagamento concordato con JC Electronics mentre sarebbero ancora pendenti questioni tecniche e giudiziarie. Ha inoltre osservato che il testimone Dario Bianchi avrebbe parlato del suo ex collega Luca Di Donna solo dopo l’accordo transattivo.

Si tratta di una accusa importante, attualmente non dimostrata.

Una transazione non significa necessariamente riconoscere che la controparte avesse ragione su tutto. Può essere scelta per limitare un rischio di condanna maggiore; evitare interessi e spese; chiudere un contenzioso incerto; ridurre l’esposizione dello Stato.

Per stabilire se i 100 milioni siano stati un danno o un risparmio occorre conoscere:

la domanda originaria della società;
le sentenze già pronunciate;
il parere dell’Avvocatura dello Stato;
le probabilità di soccombenza;
gli interessi maturati;
le condizioni precise della transazione;
il valore delle forniture effettivamente accettate.

Conte solleva un possibile conflitto temporale e narrativo: il principale accusatore avrebbe reso certe dichiarazioni solo dopo avere ottenuto l’accordo. È un elemento utile per valutarne l’attendibilità, ma non prova da solo che le dichiarazioni siano false o che la transazione sia stata concessa in cambio di qualcosa.

La domanda è legittima, la conclusione prematura.

«Come si possono pagare 100 milioni prima del giudizio cautelare?»


Domanda retoricamente efficace, ma giuridicamente incompleta.

Lo Stato può stipulare una transazione anche prima della conclusione definitiva di un giudizio, purché vi siano un interesse pubblico motivato; una valutazione tecnica del rischio;
la competenza degli organi che sottoscrivono; una convenienza economica documentata.

Il punto non è quindi se fosse astrattamente possibile pagare prima della decisione cautelare. Il punto è perché fosse conveniente farlo proprio allora, sulla base di quali pareri e con quali garanzie.

Conte dovrebbe chiedere e pubblicare la relazione istruttoria della transazione. Senza quella, sia «assurdità» sia «grande risparmio per lo Stato» restano slogan contrapposti.

La replica di Jc Electronics alle dichiarazioni di Conte sulle mascherine: “Il documento anonimo di dieci pagine non è una novità. È già stato portato in giudizio dallo Stato ed è uscito indenne dal vaglio della magistratura”.

Jc Electronics ricorda che il Tribunale di Roma ha rigettato la querela di falso dell'Avvocatura dello Stato, condannando le amministrazioni alle spese. E che la sentenza n. 17025/2024 ha condannato lo Stato a un risarcimento di oltre 203 milioni di euro, diventata definitiva.

Poi Conte sbaglia: il fondo per gli indennizzi ai danneggiati da vaccini Covid esiste già. Bene Lisei che lo ricorda.

Lisei però dovrebbe spiegare come mai quel fondo è stato ridotto più volte. Perché la deduzione più logica rischia di essere poco coerente con la loro narrazione.

In sintesi, l’audizione mostra un Conte molto efficace nel contestare alcune caricature:

i DPCM non furono pieni poteri personali;
lo stato d’emergenza non sospese la democrazia;
la campagna vaccinale non nacque con Draghi;
l’obbligo generalizzato per gli over 50 fu una scelta del governo successivo;
non esistono, allo stato delle informazioni pubbliche, prove di un suo illecito personale.

Ma Conte utilizza anche diverse scorciatoie:

trasforma la politicizzazione della Commissione in prova che ogni accusa sia falsa;
tende a confondere l’assenza di reati con la bontà complessiva della gestione;
presenta il documento anonimo come fortemente significativo prima che ne sia accertata l’autenticità e la rilevanza;
liquida troppo rapidamente la complessità dell’obbligo vaccinale e dell’immunità collettiva;
giudica la transazione senza rendere ancora disponibili tutti gli atti economici e legali necessari.

Il dato più importante, per ora, è che l’audizione è stata molto più concentrata sulle mascherine, sulle consulenze e sullo scontro politico che sulla preparazione pandemica, sulla medicina territoriale, sulle RSA, sui ritardi diagnostici e sul rapporto Stato-Regioni. Ed è proprio lì che dovrebbe trovarsi il cuore di una vera inchiesta parlamentare.





Ognuno faccia le sue valutazioni

Grazie di aver letto fin qui

Alan Paul Panassiti

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