"E all'improvviso smettemmo di correre, decidemmo di affrontare questa battaglia sul divano di casa, e li che cominciammo ad imparare uno sport nuovo. Non annegare dentro quattro mura di casa, pensando che fosse una immensa piscina senza acqua nella quale sembrava mancasse il respiro...!"
Sembra il finale di un film tragico, onirico, incomprensibile, pieno di quei controsensi della vita che ho sempre amato profondamente, tradendoli ogni volta: "Promettimi che questo virus lo sconfiggeremo, che non ci avrà".
E la mattina vedendo quella carovana di mezzi militari che portavano i morti di Bergamo e Brescia a una frettolosa cremazione, ho capito che non era affatto un film, anche piuttosto fatto male e senza un copione attendibile. Avevo compreso che il problema era vedere il futuro, ma in questo pianeta, domani o dopodomani. Che il progetto per il quale avevamo lottato, costruito ed eretto mura, disperandoci quando qualcuno le distraeva facendole crollare. Le mura. I ponti. Le partite di calcio. Le olimpiadi.
Nulla di nulla ora sembra non contare nulla. Ma è solo per me in questo "day after" di puro disinteresse che questa cosa sembra contare pur non contando niente di niente. In pochi giorni abbiamo svilito i valori per cui ogni giorno avevamo lottato. Tutto è apparso futile.
"E a un certo punto, come in ogni guerra che si rispetti, apparvero i delatori. Controllavano i nostri movimenti sul cellulare, segnalavano ogni comportamento sospetto che poteva nuocere alla collettività. La democrazia che avevamo a dir poco amato e cercato di difendere ad ogni costo con ogni sua stilla di libertà era una immensa stupidità per adolescenti sognatori. Ci voleva un Grande Fratello in cui in casa dovevamo esserci noi (e non degli stupidi e inutili Vip inconsapevoli) che andavano controllati e rinchiusi..."
Il libro a questo punto diventa tragico. La passeggiata mattutina diventava illegale, la corsa sfruttata da ignavi e atroci corridori della domenica era la chiave per sfuggire alle catene del divano e di Netflix. Ma come tutte le libertà concesse per pochi diventava sintomo di assembramento e andava debellata.
"Ti avevamo chiesto di essere in forma, lo sport aiuta lo spirito e ti difende dalle malattie...": ci avevano detto questo!!!
Ma ora no, è sinonimo di mancanza di rispetto per chi soffre, per chi s'offre (con l'apostrofo, ebbene si) per gli altri e da del suo. Lo sport può essere messo da parte, i chili in più come una naturale risultanza di una guerra che presumibilmente ci sta portando a una fame peggiore in futuro.
"...Ma quegli uomini, dalle macerie della loro società faticosamente costruita nei secoli, estrapolarono un verbo nuovo. Un nuovo tipo di socialità basata su una lontananza in cui i balconi diventavano scusa per cantare raggelanti inni nazionali pieni di tremori e di dubbi. Ma quegli italiani che tutti deridevano erano forti. Avevano il sogno ricco della creatività di chi è sempre l'ultimo della classe, ma sa che non è vero. E gli altri copiarono gli ultimi, i pizzaioli senza gloria, i paurosi e gli esagerati..."
E i runner della domenica, diventati i corridori disperati in fuga da mogli e mariti, diventarono incombenti in ogni angolo della città. Uomini inutilmente sudati, palestrati privati dei loro pesi e molto più leggeri, la prova costume rinviata a Dicembre per colpa loro.
"Ma decidemmo di fermarli...la corsa più veloce era solo quella del virus che riempiva quei letti di ospedale che con pazienti a pancia in giù perchè impossibilitati a respirare, mentre quegli esagerati in pantaloncini da corsa con il loro affanno e sudore erano una minaccia per le loro famiglie..."
Un passo indietro: anzi fermandoci faremo qualcosa che non finirà in un libro mal scritto (da me totalmente inventato e dal valore letterario nullo) come le frasi da esso estrapolate, ma che aiuterà sul serio.
Non corriamo. Stiamo a casa.
Andrà tutto bene e sarà la migliore delle storie mai scritte.
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