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Lo sport e la vita in casa al tempo del Coronavirus

Non è una partita di calcio dove alla fine dell'inno nazionale di Mameli si dice tutti "SI", che tra l'altro non esiste nemmeno che si dica.
Non è una situazione conosciuta, e soprattutto vedere la gente sui balconi o sulle strade con il cellulare a far da torcia la notte, non è davvero niente di buono.
Si vive dentro un incubo dal quale non ci si sveglia sudati durante la notte, ma se questo dovesse capitare è opportuno rimanere a casa e non intasare i pronto soccorsi: si potrebbe essere contagiosi, si potrebbe cagionare qualcosa di brutto al nonno di un nostro amico carissimo, senza nemmeno poterlo salutare in caso di malaugurata sorte avversa.
Si chiama paura di vincere, di vincere sulla paura. Sembra un controsenso in termini, ma questo è il corona-virus, nel anno bisesto più funesto che abbia mai visto. E lo sport che pensava di essere immune (in maniera del tutto irrazionale, va riaffermato ogni minuto di più) si è scoperto fragile.
Le canzoni della paura dai balconi ieri sera hanno creato in me una sensazione che questa battaglia la stiamo progressivamente perdendo. Se Ciccio Caputo, noto filosofo che ogni tanto la butta dentro a Sassuolo, ci ha scritto che "tutto andrà bene" su una maglietta esposta dopo una rete, questo non mi consola affatto. E dimostra che tutte le regole che conoscevamo non esistono più, anzi il destino si è divertito a stravolgere ogni nostra legge non scritta.
Se avessimo vinto il Mondiale del 2006 oggi, avremmo trionfato a "porte chiuse", con un "distanziamento sociale" tale da non poterci più (come diceva il poeta romanesco che viveva nello spazio Sky, Fabio Caressa) "abbracciarci e volerci tanto bene". Probabilmente ora vorremmo essere a casa sul divano con amici che abbiamo sempre detestato perché invadenti, e  ci manca quell'abbraccio collettivo.
E intanto il Messico ha chiesto al presidente degli States di sbrigarsi a costruire questo maledetto muro, mentre Schengen è al momento morto e sepolto (ma una volta tanto è giusto). E dire che solo "chi vola può andare lontano" sembra una barzelletta perché a breve potranno volare solo aerei militari in quanto il trasporto di viaggiatori (per turismo o altro) è ormai vietato in tutto il mondo.
Eravamo aperti alla conoscenza di nuovi mondi e ora siamo chiusi a proteggere il vecchio, cerchiamo di resistere mentre vediamo soccombere vecchi amici che pensavamo fossero immortali.
Anche la Pasqua sarà rinviata a Ferragosto, la Via Crucis con le sue stazioni sarà chiusa perché i viaggi a lunga percorrenza sono di fatto motivati e il nostro simpatico Papa Bergoglio ieri lo ha capito, ed è dovuto andare a piedi per Roma incrociando un ciclista che stava per essere sterminato dalla sua scorta. Viviamo in un momento molto ostile.
Le migrazioni si fanno al contrario, prima si scappava da Sud a Nord (come me che sono italo siciliano e che da poco ho preso la cittadinanza), ora da Nord a Sud perchè c'è mammà e nessuna responsabilità. Siamo tutti in una enorme zona rossa, come la vergogna che dovremmo avere quando ci comportiamo in maniera irrazionale. E intanto c'è la fila al supermercato delle opportunità impossibili. Sembra quasi che ci regalino il cibo, come il "pane con la tessera". 
E qualcuno pensa ancora ad Olimpiadi o Europei di calcio, agli schemi di Sarri, ai positivi al covid-19 nello sport, alla #milanochenonsiferma e che poi si è chiusa definitivamente al mondo come una Codogno qualsiasi.
Ce la prendiamo invece con chi porta a spasso il cane o corre per strada per sfuggire alla follia dello stare chiusi in casa tra uno Skype e l'altro. Gente che fa finta di essere allegra e cerca di auto-convincersi che vada bene lo stesso.
Di contagiosa vorrei vedere solo una bella risata.
Ma questa, speriamo, sarà presto un'altra storia.

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